Fidatevi del rock (dei Ministri)

di Laura Giuntoli

Recensioni
Fidatevi del rock (dei Ministri)

 “Guardandosi intorno, fidarsi è probabilmente la cosa più stupida che oggi si possa fare. Eppure, guardandoci indietro, ci rendiamo conto che tutto quello che veramente conta nelle nostre vite è stato costruito sulla fiducia – quella che abbiamo dato e quella che abbiamo ricevuto. Perciò Fidatevi – anche se vi tradiranno, anche se vi terrorizzeranno, anche se tecnicamente è un salto nel vuoto: ne vale la pena.”

Questo è il manifesto di Fidatevi, l’ultimo album dei Ministri. Che ormai sono un classico del rock alternativo italiano, e dopo due anni di attesa tornano con un disco, il sesto della loro carriera, iniziata 12 anni fa. Meditato, carico e intensamente rock, canta il lato oscuro dei trentanni. Ma niente paura, c’è la luce in fondo al tunnel. 

Ce lo racconta il chitarrista del trio Federico Dragogna.

Iniziamo con Tra Le vite degli altri, singolo che ha lanciato il disco. Di cosa parla?

Le vite degli altri racconta quell’inadeguatezza che colpisce chiunque scelga di rischiare inseguendo i proprio sogni, e per questo si scontra con le aspettative della propria famiglia, con la normalità delle vite degli altri, che hanno orari e stipendi diversi. Vale per un musicista, ma può valere anche per altri percorsi meno hippie, ad esempio per chi lavora nel sociale. È una precarietà strutturale che ti resta in testa e non ti abbandona mai veramente. Per noi qualcosa è cambiato, ora che da qualche anno non ci chiamano più arditi emergenti, ma c’è voluta una concentrazione e un orgoglio particolare per resistere a tutta questa pressione. E poi, oggi nel mondo del lavoro la rete di sicurezza manca un po’ per tutti, a questo punto tanto vale rischiare per la cosa che ti piace davvero, che sogni da sempre.

E infatti voi avete iniziato tra i banchi di scuola

Sì, eravamo al Liceo – il Berchet di Milano – in gruppi spaiati, ma già amichetti del cuore. Appena usciti dalle superiori avevamo già deciso di fare sul serio, eravamo risoluti e ambiziosi, e facevamo anche abbastanza cagare. Come dice Dave Grohl – batterista dei Nirvana e, a partire dal 1994, frontman e fondatore dei Foo Fighters ndr – è giusto che un band quando comincia faccia cagare. è la parte più bella, perché è l’esperienza che ti fa evolvere. Oggi puoi fare musica bellissima schiacciando quattro tasti, e lo so perché lo faccio anch’io (Federico ha curato la co-produzione artistica di Costellazioni, di Vasco Brondi alias Le Luci della Centrale Elettrica, tra gli album più importanti degli ultimi anni nel panorama italiano ndr). Insomma, abbiamo resistito a tutti questo, e la cosa bella di una band è la fatica incredibile che si fa per rimanere una band. è come avere una coppia che sta insieme dal 1999, ma invece che in due si è in tre.

Dal punto di vista del sound come descriveresti quest’ultimo disco?

È un disco denso, scuro, serio. Più o meno il contrario di quello che qualsiasi discografico vorrebbe sentirsi dire. Per loro si vende meglio se è luminoso, leggero o fresco, denso e scuro funzionano solo per la cioccolata. Insomma, è un disco che tiene il timone dritto rispetto a quello che abbiamo sempre fatto: sappiamo bene che il rock non è la new sensation del momento, ma questo non ci ha fatto cambiare rotta. è un disco serio perché è figlio delle nostre vite di adesso, che sono cambiate rispetto a qualche anno fa. Non abbiano più 25 anni, anche se il mondo preferirebbe che rimanessimo tutti con la testa a 25 anni perché così saremmo consumatori migliori. È un sound che riflette tutte queste cose qua in maniera naturale.

Non si può dire che seguiate le mode del momento, in fatto di scelte musicali

In questo penso che ci sia anche un elemento di pigrizia, oltre che di sostanza. mi spiego: sono vestito esattamente come quando avevo 17 anni, coi jeans e giacca nera anonima, perché per me non è questo il punto. Anche se per il lavoro che faccio devo seguirle, le mode, non mi faccio travolgere. Pensa ad uno scrittore che a un certo punto cambia modo di scrivere perché in cima alle classifiche c’è un giallista scandinavo. Nella musica tanti lo fanno, ma penso che la coerenza prima o poi paghi, con te stesso intendo, con il mercato magari no, ma il mercato è quello che è. C’è anche chi riesce a cambiare pelle mille volte. Non noi, siamo una band, una particolare somma di tre persone e sembreremmo degli scemi con dei vestiti diversi da questi.

Parliamo del videoclip di Tra Le vite degli altri, con la regia di Martina Pastori e Anna Adamo, che è interamente girato in Bulgaria.

Perché la Bulgaria è un posto vicino che conosciamo veramente poco. In effetti anche se abbiamo dei mezzi di comunicazione fantasmagorici, e la Bulgaria è a 40 euro di Ryanair, non ne sappiamo niente. L’idea è venuta alla nostra regista Martina Pastori – che è anche la regista di molti video di Ghali, ndr – abbiamo subito accettato perché siamo da sempre appassionati di architettura sovietica. Il monumento che appare nel video si trova sulla cima della Buzludzha risale all’era comunista. È semplicemente bello e insensato, è una specie di parlamento abbandonato sulla cima dei Balcani , un posto dove volevano andare come Ministri.

La fiducia è tema chiave dell’album. Perché questa scelta?

Trovo che la fiducia sia un concetto alla base di qualsiasi rapporto, è un dono che in un certo senso elimina lo scambio, anche commerciale. Non è promettere qualcosa e voler qualcosa in cambio, non è un telefonino che funziona bene e un ristorante dove si mangia bene, la fiducia è davvero bendarsi e dare la mano a qualcuno per andare chissà dove. è quella cosa che nelle relazioni ti permette di costruire un rapporto con le persone. Tutti noi siamo stati traditi in ogni senso, ma sai che ti devi ributtare in ciò che ti ha fatto male, è l’unica strada possibile. L’alternativa è chiudersi isolarsi e lasciarsi governare dalla paura, e influisce su tutti i tuoi comportamenti da uomo, cittadino, vicino di casa.

Intendi anche il terrorismo?

Il grande nemico della fiducia è la paura. La paura non è niente di esistente, è valutare il futuro con ansia. Il punto è che tanti si sono accorti dei possibili modi di sfruttare la paura. Non servono complotti o letture strane per affermare che l’industria della paura dal 2001 è stata fiorente, e passa soprattutto sui social media.

foto di Chiara Minelli 

Infatti voi preferite comunicare con i vostri fan senza usare i social. Sul vostro sito c’è una sezione in cui gli utenti possono mandarvi le mail.

Su gran parte dei social network regna un clima negativo, sono degenerati rispetto all’impulso iniziale, sono diventati un posto dove l’ansia ha preso il sopravvento. Come Ministri non ci interessa dire cose a persone che non vogliono ascoltare, che vivono i social come una città virtuale in cui lamentarsi. La mail invece è una forma di comunicazione più intima, che ha ancora dei principi, è una lettera. Sul sito arrivano lettere spettacolari, di persone che raccontano quanto la nostra musica li abbia aiutati nei momenti difficili, storie bellissime che spesso mi commuovono. Se le dessimo in pasto ai social sarebbero schiave degli algoritmi, di chi è lì solo per lanciarsi contro qualcuno. Magari i violenti sono una minoranza, ma si vedono di più. I social media fotografano un’immagine parziale dell’umanità, perché quelli che non sono così non si esprimono in quei luoghi.

Qual è la canzone che ti piace di più del disco?

Con la testa Spettri , lo trovo un pezzo coraggioso. Con il cuore e la pancia Crateri, una canzone legata a un periodo duro della mia vita, ormai superato. Quando la ascolto soffro, è come il martini rosso per uno che una volta si è sbronzato troppo forte col Negroni. Ma nello stesso tempo sono felice di ascoltarla, perché quello che mi fa soffrire è alle mie spalle.

Adesso inizierà il vostro tour. Che aspettative avete?

In questi anni la scena musicale alternativa è cresciuta molto, ed è una cosa buona, ma è arrivata anche l’ansia da sold out. Noi quest’ansia non ce l’abbiamo, i nostri artisti di riferimento non basavano la loro cifra sul consenso ampio, anzi semmai sul contrario. Rimaniamo ancorati a questo, siamo una band, non un’azienda.

Che musica ascoltate quando siete in tour?

Io sono il meno rocchettaro del gruppo, mi basta quello che faccio, di rock. Quando è uscito il programma del Primavera Sound (il Festival di musica indie e d’avanguardia più importante d’Europa, a fine maggio a Barcellona ndr) ho comprato subito il biglietto: ci 4 e 5 artisti del cuore, come Bijork e Nick Cave. Tra gli italiani mi piace Lucio Corsi, il suo ultimo disco, Bestiario Musicale, è straodinario.

Cosa pensi delle nuove leve musicali? Cos’è cambiato rispetto a 10 anni fa?

Penso che i ventenni di oggi abbiano talenti diversi rispetto a quelli che avevamo noi alla loro età. Anzi, noi forse ne avevamo molti meno, di talenti. Facevamo delle canzoni pietose, e se avessimo girato dei video sarebbero stati pietosi anche quelli. Trovo che un ragazzo di vent’anni che fa musica oggi abbia un gusto per le immagini fortissimo, ma forse po’ meno tenacia nel creare delle controculture alternative. Essere bravi in quello che già c’è va bene, ma bisogna sperimentare, tenere alta l’immaginazione, soprattutto all’inizio. Oggi è un po’ più difficile rispetto a quando abbiamo iniziato noi, perché arriva l’industria musicale dall’alto, e ti prende. Così negli anni in cui puoi fare qualcosa di diverso sei già stato comprato, e non lo fai. È triste. Ma se la sapranno cavare benissimo da soli, senza bisogno dei nostri consigli.

Fidatevi.