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Revolution

di Michele Mozzati
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Quella strana cosa chiamata '68

SKIRA

REVOLUTION Musiche e ribelli 1966-1970

a cura di Victoria Broackes e Geoffrey Marsh

Marco ha vent'anni e casualmente è anche mio figlio. Gli ho raccomandato di andare a vedere una mostra che si intitola Revolution e che racconta della rivoluzione di culture e di costumi avvenuta tra il 1966 e il 1970 nel mondo e in Italia. Se non rischiassi di essere subito noioso direi che è iniziato tutto da lì, in Italia, da quegli anni che mi spingerei a esaltare fino al '75.
Ma torniamo a Marco, combattuto tra il pensare e dire "che palle, papà!" e l'essere intrigato, invece, proprio dalla parola "Revolution". Ha vinto la rivoluzione, ci è andato con degli amici coetanei. Al ritorno gli ho chiesto, quasi ansioso – ansioso più che altro di condividere – se gli era piaciuta. La sua risposta è stata: "Sì, bella, ma..." Ma cosa? "Ma ho capito poco. Era una mostra adatta a chi nel '68 c'era."

Studenti italiani in manifestazione, 1968.

A ben rifletterci è vero, quella mostra che a chi abita o verrà a Milano consiglio comunque caldamente di vedere (dura fino alle vacanze di Pasqua comprese), è una mostra celebrativa, enfatica, complice. Ma non è una mostra didascalica, esplicativa, insomma, qualcosa che racconta e spiega bene. Le manca un po' quella caratteristica, e allora vi chiedo subito di fare un grande sforzo, un sacrificio che quando avevo la vostra età, diciamo dai quattordici ai vent'anni soprattutto, per me era inconcepibile: andate a vederla con i vostri genitori o con qualche adulto, addirittura direi i vostri nonni, che hanno vissuto quegli anni o li hanno recepiti appena di rimbalzo. Allora tutto vi sembrerà più facile, più chiaro, più divertente. Perché ritroverete dentro a quelle storie, a quelle immagini davvero fantastiche, a quelle musiche strepitose, tutto quello che viviamo adesso nei nostri giorni, i pessimisti dicono in peggio, ma comunque li viviamo. Non pensate che sia una mostra strettamente "politica" e quindi in qualche modo anche un po' noiosa. È un percorso con tanti oggetti, tanta musica (fatevi dare le cuffiette!), tanti colori, tante fotografie e poster che fanno parte ormai della nostra vita ma che forse non sappiamo che sono nati lì.

Harlem Peace March (New York City, 1967) Levy, Builder © Victoria and Albert Museum

Ieri ascoltavo l'amico Alberto Tonti che insieme a Clara Tosi Pamphili raccontava in una presentazione il catalogo della mostra (edizioni Skira) di cui i due hanno curato la parte italiana. Tra le tante cose interessanti, a un certo punto Clara ha ricordato, per esempio, che la moda dei capelli lunghi, che è esplosa in quegli anni in maniera violenta, segnando una rottura in ogni famiglia italiana e del mondo occidentale, era nata in realtà per un semplice straordinario motivo: i giovani americani si facevano crescere i capelli per non partire in guerra, per non andare in Vietnam. Chi di voi lo sapeva alzi la mano. Perfino noi, che i capelli allora ce li siamo fatti crescere, ce n'eravamo dimenticati. E tra l'altro, detto tra noi, siccome poi quando si esagera non ci si ferma più, insieme ai capelli avevamo cominciato a farci crescere i baffi, la barba, le basette... qualcuno, i più estremisti, avevano anche provato a cassare acqua e sapone.

Allestimento di "Revolution", in mostra alla Fabbrica del Vapore a Milano.

Torniamo al '68. Per vedere con i nostri occhi, per andare a riscoprire le nostre radici, è importante questa bellissima mostra piena di colori, di idee, di ribellione. Ma davvero, se avete un insegnante a cui volete particolarmente bene, o uno zio, o un nonno, o una mamma, che quelle cose le ha vissute direttamente o anche solo per vicinanza di emozioni, fatevi portare, ché tra l'altro, la mostra costa dai 10 ai 16 euro e è meglio quindi farsela regalare!

Bene, potrei finire qui. Ma voglio esagerare e darvi una serie di piccoli input che provino a farvi capire quanto importanti sono stati gli anni Sessanta e Settanta per la crescita della cultura mondiale, almeno quella del mondo occidentale, che è il mondo che conosciamo meglio. Citerò qui una serie di opere nate in quegli anni, tralasciando la pittura. Partirei dal cinema, proprio perché in Revolution un'intera sala è dedicata a un film italiano oggi quasi dimenticato, ma che segnò una svolta epocale nel gusto e nel senso della vita di una generazione di giovani di tutto il mondo. Il film non era un film facile, ma era ed è ancora pieno di fascino e addirittura trasgressivo. Intendo parlare di Blow up, il sofisticato giallo in bianco e nero di Michelangelo Antonioni che raccontava le ansie, le contraddizioni, la vitalità e le curiosità di un giovane fotografo. Inutile dire che da quando uscì il film tutti noi ragazzini volevamo una Nikon F (ma nessuno se la poteva permettere!). Sul cinema del '68 e del post '68 potremmo riempire pagine su pagine. Facciamo un gioco. Scriverò qui un po' di titoli, senza aggiungere nulla, né attori né trame né regia né nazionalità. Divertitevi a cercarli in Wikipedia o altro, e se vi stimolano andate a vederveli in qualche modo. 2001, Odissea nello spazio (1968), Morte a Venezia (1971), Il mucchio selvaggio (1969), Easy rider (1969), Soldato blu (1970), If (1968), Fragole e sangue (1969), Zabriskie point (1970), Sacco e Vanzetti (1971), Arancia meccanica (1971), ll Padrino (1972), La caduta degli dei (1969), Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), Il piccolo grande uomo (1970), Ultimo tango a Parigi (1972), Giù la testa (1971), Hollywood party (1968)... sono la punta di un iceberg. (Per informazione Ultimo tango e Arancia meccanica sono vietati ai minori di 14 anni.)

Locandina di "Fragole e sangue".
Della musica italiana ricordo solo che De André, e poi Guccini, De Gregori e compagnia cantante hanno dato il loro meglio tra il '68 e la metà degli anni Settanta, a volte con album, rigorosamente in vinile, strepitosi. Non cito neanche un pezzo, anzi uno sì perché rappresenta la miglior sintesi tra la canzone pop e la ballata, per una generazione che ha creduto che si potesse migliorare il mondo per davvero. La canzone è "La locomotiva", del 1972. Per il resto della musica dico che chi avrà la fortuna di vedere Revolution, la mostra, si dovrà tenere una buona mezz'ora di tempo per l'ultima sala, che è una specie di ricostruzione, con uno schermo gigante, del festival di Woodstock (1969). Ci si siede lì, per terra, immaginandosi di essere dentro allo schermo su un prato, e si vedono così, come se niente fosse, nello stesso contesto, Jimi Hendrix, Joan Baez, The Who, Janis Joplin, Crosby, Stills, Nash & Young e un'altra ventina di musicisti di quel calibro,o quasi. Mancano Bob Dylan, i Rolling Stones e i Beatles, naturalmente. Ma per loro ci sono ampi spazi in altre sale.

Il concerto di Woodstock ricreato per l'allestimento di "Revolution".
Per il resto di Revolution potrei parlare di design, di moda: ma quanto è divertente anche per un giovane o giovanissimo oggi andare a vedersi le mode esplose in quegli anni! I vestiti, gli oggetti...
Voglio finirla fingendo di essere tutti dei grandi intellettuali. Invece siamo semplicemente gente che, spero ognuno di noi, ama comunque leggere, tanto, poco, tantissimo, ma leggere. Perché leggere, come abbiamo scritto sulla Smemoranda 12 mesi di quest'anno, "è viaggiare senza la seccatura dei bagagli" (Salgari). Ecco, questi sono alcuni dei tantissimi clamorosi libri tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta. Tralascio tutta la letteratura americana degli anni Sessanta, beat generation compresa. E bypasso anche Prévert, il poeta francese più amato e frequentato dalle generazioni di quegli anni perché era un po' trasgressivo, un po' esistenzialista, un po' spiazzante, un po' surrealista. Propongo qui al volo "Tropico del cancro" e "Tropico del capricorno" di Henry Miller, libri importanti e un po' "adulti", scritti nella prima metà degli anni Sessanta, a sconvolgere il perbenismo americano e mondiale. E a seguire "Cent'anni di solitudine" di Garcia Marquez, uscito in Italia nel '68; "Teresa Batista stanca di guerra" di Jorge Amado, che nella prima metà degli anni Settanta fece sognare il riscatto da miriadi di ragazze di tutto il mondo. E ancora, in risposta ai raffinati intellettualismi anni Sessanta del grande Moravia, la prima vera opera pop letteraria italiana di era contemporanea, nata con l'intento di essere tale: "La Storia" di Elsa Morante. Ma naturalmente le opere di quegli anni sono infinite, anche la saggistica: nell'impeto del conoscere, persino quella sembrava più facile. All'inizio degli anni Settanta eri un pirla se non avevi letto almeno uno dei saggi di Roland Barthes, nello specifico il più frequentato "Frammenti di un discorso amoroso". Con quel libro sapevamo già come ci saremmo innamorati, cosa avremmo detto, cosa ci avrebbero risposto e forse come ci saremmo lasciati. E se qualche ragazza aveva dei dubbi poteva sempre andare a rifugiarsi in Simone de Beauvoir.

 

Anni strepitosi. Ma fu davvero così? Era bello leggere e scoprire che in tutto il mondo c'era un modo di raccontarsi e raccontare così diverso e così uguale... Devo dire che l'Italia non fu seconda a nessuno, penso. Molti di noi si sono formati anche sui libri dei grandi scrittori italiani che hanno raccontato i difficilissimi anni della guerra e della Liberazione, da Carlo Cassola, su tutti "La ragazza di Bube", a Primo Levi, Cesare Pavese, Italo Calvino, Elio Vittorini...
Chiudo con un velocissimo appunto ancora una volta personale. Vi ho raccontato del figlio Marco, ora vi accenno della figlia Martina. Si sta laureando in Lettere moderne e come ultimo esame si è tenuta Letteratura contemporanea. Le ho chiesto: qual è il corso monografico di quest'anno? "È su Beppe Fenoglio." Ah. E ti piace? "Sì, naturale." Beppe Fenoglio può tranquillamente stare in quel gruppetto di autori che ho citato appena sopra. Anche su di lui, se non lo conoscete, potete andare a controllare da qualche parte nel web. All'università si è ricominciato a proporre queste cose. Forse non si è mai smesso, non sono così informato. Tutto torna? Revolution, Evolution... forse stiamo riprendendo a evolverci. Speriamo di crescere.

Per saperne di più

Tutte le info qui.

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