
25/03/2007
Sul 45° parallelo
Una volta sono statoun viaggiatore di paesi lontani. Adesso non più. Adesso viaggio sulquarantacinquesimo parallelo. Corre più o meno lungo il Po, da Torinoal delta dei lidi ferraresi - e se uno si munisce di un atlante fa prestoa vedere che andando verso est arriva fino in Mongolia. E poi, essendo chela terra è rotonda, torna indietro da dove è partito, comegran parte delle cose della vita.
Sul quarantacinquesimo parallelo io ci ero nato, ma di questo mi sono resoconto soltanto dopo, quando ho cominciato a capire che l'America o l'Orientesono posti rispettabilissimi, ma che uno viaggia davvero solo dentro lesue radici.
E poi il quarantacinquesimo parallelo non è un posto qualsiasi. Comeentusiasticamente ci informa un cartello sull'autostrada Milano-Genova,è esattamente a metà strada tra il Polo Nord e l'Equatore.A suo modo, un ombelico del mondo, proprio fuori dalla porta di casa. Perchéuno pensa che l'utopia viva in qualche folgorante luogo agli antipodi dovela gente parla lingue straniere (o sta zitta, che è meglio), ma permettetemidi argomentare che non è così. La magia dei posti in cui sirivela l'anima sta in verità molto più vicino a casa di quantosi pensi.
Qualcuno può obiettare che non esiste paesaggio più noiosodi quello che si presenta ai viaggiatori dell'autostrada del Brennero traModena e Mantova. D'accordo. Però prendete la prima uscita che vicapita, diciamo Carpi, e perdetevi nella campagna. I grandi capannoni industrialie la piatta desolazione con l'orizzonte coperto alternativamente dalla nebbiao dall'afa restano sempre quelli, ma tutto assume all'improvviso un altrosenso. è la velocità che detta questa logica del guardare.Abituati ad attraversare luoghi come a cambiare canale, non ci accorgiamopiù delle specificità dei posti. Bisogna andare lenti. Maattenzione, non sto dicendo che vi imbatterete in luoghi pittoreschi. Alcontrario. La campagna lì attorno è spopolata e sono piùle case e le cascine abbandonate che le allegre aie contadine di una volta.Incontrate uomini e donne sorridenti e dal passo pesante, gente quasi dimenticatadalla modernità anche se sul tetto della loro casa campeggia un padellonesatellitare. Un luogo strano, come se diversi periodi di questo secolo convivesseroinsieme per il capriccio di qualche dio del calendario.
E poi c'è la luce. La luce della pianura. La luce che cade tra ipioppeti in un reticolo da spaccare il cuore o che annega in un'ansa delfiume. La luce catturata dalle fotografie di Luigi Ghirri o raccontata dailibri di Gianni Celati.
Andate sempre più piano fino a fermarvi, semplicemente guardandoviattorno. Magari siete in uno slargo senza arte né parte, con un crocefissosghembo a un incrocio, l'altarino di un incidente coi fiori secchi sul cigliodella strada, e una nuvola - una sola - che attraversa un cielo azzurroa piombo sulla terra. Un luogo neanche degno di un battito di ciglia, disolito. Ma lì finalmente capisci che il senso del viaggio non stanello spazio. Sta nel tempo. In ciò che si modifica dentro di noi,dovunque ci sia dato di essere in un certo momento. Non serve l'aereo perquesto. Giocare col tempo non ha nulla a che fare col fuso orario. Se voletedavvero viaggiare, fermatevi. Ci scommetto che c'è un quarantacinquesimoparallelo anche dalle vostre parti, se guardate bene.
