
In questo tratto non tutti siamo messi uguale, c'è chi se la ride. Sa già che per oggi lui è salvo, è bastato essere al momento giusto al posto giusto col soldino giusto e per oggi si evita il crepacuore.
Guardo l'orologio, quello grande, fuori di qui. Passa un altro minuto, lentissimo. Il battito aumenta. Manca poco alla salvezza, quando l'ora “x†sarà passata, se nessuno mi avrà chiamato ce l'avrò fatta.
Passa il primo “capoâ€. Controlla la nostra disposizione senza guardarci in faccia, per lui siamo solo numeri. Ha una faccia bruttissima, molto elegante ma odioso, conscio di avere un potere più grande di noi, che poveretti stiamo qui in balìa di noi stessi. Sembra uno della Ghestapo. Passa, scivolando via sottile. Ha in mano la lista, tutti i “capi†ce l'hanno, sia quelli in borghese che quelli con la divisa. Buffo. Più volte ho constatato che i “capi†con la divisa sono più gentili con noi disperati che non coi “capi†in borghese, che al pari di loro possono decidere della nostra sorte.
Passa un altro minuto, e poi un altro ancora. Altri “capi†passano, niente. Nessuno mi guarda. La sorte mi sorride. Per un attimo mi sento gelare il sangue quando uno viene verso di me con un numero che sembra il mio, ma è del mio dirimpettaio, poveretto, che abbozza un sorriso mentre lo portano via, fuori di lì, non so dove.
Non vedo più “capi†all'orizzonte. Tutto sommato al nostro “braccio†questa volta è andata bene.
Arriva l'ora “xâ€. Ce l'ho fatta. Respiro. Mi torna il calore ai piedi, mi ero quasi dimenticato di averli, e finalmente dispongo i miei oggetti che per precauzione tenevo ancora nella valigetta: giornale, blocco per gli appunti, matita, e riprendo a vivere normalmente, dopo questa sospensione per nulla piacevole.
Ma mi sono deciso: basta.
Questa è davvero l'ultima volta che di rientro da Roma, non faccio la prenotazione sull'Eurostar.


