
25/03/2007
I rospi degli incroci
Racconto transpolesano
La statale che dalle brume del veronese scende svogliata e incompleta verso
la bassa padana, porta il nome di Transpolesana. Ad alcuni questo nome può
suonare roboante, ad altri può ricordare un travestito del Delta del
Po. In realtà è una linea che unisce i puntini di un disegno di
non facile comprensione. All'altezza di Legnago, in prossimitÃ
di uno dei tanti incroci delle vie extracittadine, un rospo si apprestava a
uscire dal ciglio per attraversare la strada, seguito dal figlio più
giovane. Mille domande rivolgeva al genitore il piccolo batrace:
"Papà , non rischiamo forse che quel camion ci schiacci?"
"Certo figliolo, ma il nostro compito è di attraversare comunque".
Intanto, nella cabina del camion in questione, si parlava un ungherese concitato
e si consultava una cartina stradale unta di grasso. Una crocetta su localitÃ
Cerea indicava la destinazione. Il camion prese una strada molto stretta, che
costeggiava un gruppo di alberi e sembrava perdersi nelle campagne circostanti.
"Papà - diceva il piccolo rospo - stiamo attenti a
quella bicicletta!"
"In effetti non ha una traiettoria regolare, ma tu sbrigati, che siamo
a metà strada".
La bicicletta, color bicicletta vecchia, era inforcata da Rolando Gasparin,
un litro e passa di vino in corpo, nella fattispecie un rosso Cabernet col tappo
a corona, e una visione della geometria piuttosto approssimativa. Questo almeno
per quanto concerneva le linee rette.
"Che mi venga un cà ncaro se ò mai visto un rospo più
grando di quelo lì. Pareva un bestio de l'inferno, e ci andava
dietro un rospeto nano!"
Gasparin prese la solita scorciatoia per raggiungere un altro dei suoi bar preferiti,
uno di quei bar che non si capisce come riescano a campare, visto il deserto
in cui sono stati costruiti. Rolando Gasparin, quasi si scontrò col camion
che si era fermato dopo una curva molto stretta. Dal rimorchio stava scendendo
una fila di uomini stravolti da un viaggio piuttosto scomodo. Gasparin era caduto
a terra, a dieci metri dalla sua bicicletta che aveva continuato il percorso
senza il suo padrone, stavolta con andatura più regolare. Uno degli autisti
lo prese per le spalle e lo spinse tra gli alberi assieme a un'ottantina
di disperati.
"Chi è che siete voi?" - diceva l'etilista. -
"Siete in gita? Di indove è che arivate?"
"Tirana" - rispose un tizio che sembrava Ramon Diaz.
"Tirana... Tirana... cos'è, provincia di Vicensa?"
In quel mentre la notte si riempì di luci e rumori di sirene. Tutti scapparono
tra gli alberi e si infilarono lungo l'argine, tranne Gasparin che ancora
cercava la sua bicicletta.
"Ma indov'è che andate tuti? Ma che gite strane che fano
i vicentini!"
Una mano afferrò Gasparin per il braccio, ma stavolta non era l'autista
del camion.
"Ostia! I alieni!"
"Macché alieni, siamo carabinieri, dove sono gli altri?"
"Chi, i vicentini?"
Verso l'alba, Rolando Gasparin si trovava in una cella del carcere circondariale
di Montorio, l'alcool stava lasciando il suo corpo con la stessa lentezza
del carbonio 14. Solo con se stesso, l'uomo parlava a mezza voce:
"Che rassa di tennologia superiore! Nenache una manopola in questa astronave,
epure sta girando tuto intorno!"
All'altezza di Legnago intanto, presso uno dei tanti incroci con semaforo,
l'uomo che sembrava Ramon Diaz attendeva con pazienza che le macchine
si fermassero. L'uomo che sembrava Ramon Diaz era metodico. Si era prefisso
per quel giorno due risultati: 1) Pulire i vetri delle auto in modo scrupoloso.
2) Dimenticare di essere stato un noto fotografo.
Poco più in là , il piccolo rospo chiese a suo padre:
"E adesso che siamo arrivati di qua, perché riattraversiamo la
strada nell'altro senso?"
"Perché se non lo facciamo il sole non sorge".
"E dobbiamo fare questo per tutta la vita?"
"È il destino di noi rospi degli incroci".
"E perché i veicoli non ci schiacciano?"
"Perché se noi moriamo, il mondo finisce".
Nota: Ramon Diaz, argentino, ha giocato nell'Internazionale Football Club negli
anni '90.
