
«C’è un problema, e i ragazzi lo sanno».
«È un penoso problema» sospira lisciandosi il mento aguzzo. «Ma ascolta, Brichmond. La soluzione si avvicina».
«E chi lo dice?»
«Lo dice Silenzi. Ce l’ha giurato. Entro fine mese ci dà un anticipo sui guadagni del singolo».
«Embé?»
«Metà dei diritti d’autore per il testo sono tuoi, lo sai».
«So solo che il testo di quella canzone l’abbiamo scritto io e te in casa mia. Poi tu e Silenzi avete pensato di depositarlo alla Siae a nome tuo e basta, ed ecco il risultato».
«Quale risultato, Brichmond. I Kevin Keegans sono solo all’inizio. Scriveremo insieme altre canzoni, vecchio mio. E ci sarà una parte di fortuna per tutti».
«Belle parole, Ferraro. Sta di fatto che mezza Italia conosce Ugo Tognazzi is dead, e il sottoscritto non ha ancora visto il becco d’un quattrino».
«Perché, io ne ho visti?» si lamenta Ferraro. «Giro per l’Italia senza un soldo in tasca. Quarantasei date, porca zozza, e intanto Silenzi si è comprato il Suv».
«Stai cercando di dirmi che non vedrò mai niente? Che devo mettermi il cuore in pace?»
«Ma no, Brichmond» tenta di rabbonirti, poi lo vedi che ti porge il tuo gin tonic con un sorriso ebete, e vorresti lanciargli il bicchiere in faccia.
Non qui allo Stanley Road. Fuori, magari.
«Alla salute» dice, e tu borbotti che se ne può andare all’inferno.
«Così no. Brichmond», dice ravviando la schifo di frangia dietro l’orecchio destro. «Non permetterò che la nostra amicizia si guasti per una questione di soldi».
«Non sono solo soldi, lo sai bene» dici, poi bevi. «Avrai rilasciato un centinaio di interviste. Ce n’è stata una in cui ti sei ricordato di nominarmi, ringraziarmi, scusarti con me per avere firmato da solo Ugo Tognazzi is dead?»
«Non capisci» dice, e sembra preso da un brivido. «Sarebbe controproducente, non credi?»
«Che cazzo dici, Ferraro?»
«Ci sarebbero problemi con la Siae, ma soprattutto con la casa discografica. E non credo che tu voglia bruciare il progetto a cui lavoriamo da tanto per questo dettaglio».
«Dettaglio? Voglio solo quello che mi spetta. Il nome su quel cazzo di disco».
«Ascolta» dice lui. «Se sorge qualche problema, Silenzi manda a Italia Wave i Rossanobrazzi al posto nostro, tanto per lui è uguale. Ci tiene sotto scacco, lo stronzo, e lo sai che senza di lui sarebbe come ricominciare da capo».
«L’ho visto due volte in tutto, Silenzi, e continuava a storpiare il mio nome».
«Quello si è pippato il Monte Bianco. Sbaglia anche il nome di sua moglie. Ma noi ce la risolviamo da soli. Dividiamo tutto da bravi fratelli».
«Come no» dici.
«Ti fidi ancora di me, o pensi che mi sono bevuto il cervello?»
Allora glielo dici. «Ho bisogno di cinquemila euro, Ferraro. Quella canzone vale centinaia di migliaia di euro. Lo sai meglio di me, ma non abito sugli alberi e lo so anch’io. Adesso mi servono cinquemila schifo di euro, e so che tu me li farai avere».
«Stai scherzando, forse. Lo sai quant’ho in banca? Tremiladuecento euro, e. devo ancora pagare…»
«Non me ne frega un cazzo, di cosa devi ancora pagare. Fatteli dare da Silenzi. Dall’avvocato della casa discografica. Da chi ti pare. A te li daranno. E visto che ne ho bisogno io, tu glieli chiederai».
«Mi stai minacciando, Brichmond?»
«La frangia ti sta da schifo» gli dici. «E non abito sugli alberi. Cinquemila euro entro la prossima settimana, Ferraro».
«Mi hai preso per il tuo bancomat, vecchio?» alza la voce. «Non sono il tuo cazzo di bancomat, d’accordo?» strilla per farsi sentire dalla cameriera e il resto degli avventori. Vuole dare scandalo, quell’imbecille.
«Ladro» gli dici. Poi lo colpisci forte, a mano aperta, sull’orecchio.
La frangia prende quota all’istante. Vedi Ferraro che batte la testa sul bancone mentre il gin tonic precipita.
Il rumore di vetro che va in frantumi gela i discorsi per un istante, ma è niente rispetto al tonfo di Ferraro che scivola dallo sgabello e rovina a terra.
«È quello dei Kevin Keegans» dice una voce di ragazza, e poi la cameriera ti urla contro indiavolata: «Cos’hai fatto? Ti ho visto benissimo, delinquente».
Se Ferraro Mavericks non avesse battuto la tempia e fosse rinvenuto ancora padrone della favella, anziché balbettante e con lo sguardo vacuo.
Se dietro il bancone dello Stanley Road quella sera ci fosse stato il buon Achille, e non quella sciacquetta pronta ad accusarmi di premeditazione.
Se il manager Silenzi e la casa discografica non avessero aizzato contro il sottoscritto i loro avvocati più feroci.
Se non fosse andata com’è andata, e quarantasei date dei Kevin Keegans non fossero saltate per causa mia, come invece ha stabilito il giudice, molte cose oggi sarebbero diverse.
Non c’è dubbio.
Qui comunque, una volta sentita la mia storia, hanno deciso di portarmi rispetto.
È importante da queste parti.
Più che altrove, parola.
Ennio Brichmond,
Casa circondariale di massima sicurezza “Torrescura”,
Isola di Santa Maria degli Affogati


