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Una visita a casa Lussu

di Silvia Ballestra su Smemoranda 2002 - 12 mesi

Si era in giugno, una mattina della seconda metà di giugno. Joyce era scomparsa da più di un anno ma, sulla prima pagina della mia agenda di quel Duemila, il suo nome campeggiava scritto di traverso in grosse lettere a stampatello. Così ci aveva suggerito di fare, lei: anche un po’ per scherzo, ci aveva detto che se non fosse arrivata al nuovo millennio, avremmo dovuto scrivere il suo nome sui primi fogli di agende e calendari.
Stavo andando ad Armungia, il villaggio di Emilio Lussu, suo marito. Mi avevano chiamato per un incontro pubblico e finalmente riuscivo a partire: ora si trattava di raggiungere la Sardegna dalle Marche e tornare indietro nel giro di ventiquattr’ore. Un viaggio breve, quasi una gita, di piacere e di lavoro al tempo stesso, come sovente capita facendo il mestiere di scrittore. Joyce mi aveva parlato tante volte della Sardegna, e della casa di Emilio: l’avevo intervistata per quasi due anni, e le nostre conversazioni erano diventate un libro. Era stata un’esperienza straordinaria - avvicinarsi a un’esistenza così magnifica, poter ascoltare, dalla sua voce diretta e chiara, tante riflessioni sempre affascinanti sulla vita di tutti, la poesia, la storia e i grandi ideali di coraggio, lealtà e giustizia che divenivano possibili e si incarnavano proprio nella persona che mi stava davanti. Avevo ascoltato Joyce raccontare della Svizzera post-Cabaret Voltaire, dei suoi studi in filosofia ad Heidelberg con Jaspers, dell’avvento del nazismo, del suo soggiorno a Bengasi, e poi dell’incontro con Emilio Lussu, la vita in Francia, l’impegno partigiano con Giustizia e Libertà, attraverso fronti e frontiere - per citare il titolo di un suo libro - fra le mille avventure di una vita clandestina nell’Europa occupata dai tedeschi. Mi aveva parlato dei suoi viaggi in Mozambico, Turchia, Portogallo, Albania, alla ricerca di poeti da tradurre, fianco a fianco di grandi come Nazim Hikmet o Agostinho Neto... E di innumerevoli convegni sulla pace e il disarmo, a Cuba, nell’Unione Sovietica, in Olanda. Delle centinaia di conferenze in giro per l’Italia, e di certi libri di storia delle Marche, sulle comunanze e le sibille, da scrivere sul campo, e soggiorni importanti nella terra di Emilio. La Sardegna, appunto.

E infine ci arrivavo. E ad accogliermi c’era il sindaco - questa ragazza dai vividi occhi neri dotata d’uno spirito eccezionale - Linetta Serri, che con passione amministrava il comune popolato da un migliaio d’anime, per la maggior parte molto avanti con l’età. I miei due aerei avevano fatto ritardo, e una coincidenza era saltata, ma alla fine tutto si era risolto entro un margine ragionevole di tempo. In fondo, m’ero detta, è il solito tragitto impossibile da gestire pretendendo pure che tutto fili liscio al secondo.
Dunque, dopo una sosta veloce all’albergo di Cagliari per fermare la camera, partimmo subito in macchina alla volta dei monti del Gerrei. Paesaggio aspro, qualche mucca sul ciglio della strada, rare pecore, lentischio, olivastro, cisto e ginepro che Linetta mi indicava guidando. Mentre andavamo, mi raccontò dell’unica volta che aveva parlato con Lussu, durante un viaggio simile al nostro, e ascoltandola mi sembrava di vederlo, di averlo conosciuto anch’io Emilio: Joyce era stata una narratrice magnifica e avevo bene in mente i loro libri e la fondamentale biografia scritta da Giuseppe Fiori, Il cavaliere dei rossomori. Mi ero tanto appassionata a quel capolavoro che è Un anno sull’altipiano e avevo letto tante volte del rocambolesco incontro fra la giovane e bellissima signorina Joyce Salvadori in missione per conto di GL e il leggendario esule sardo, della loro prima e assai romantica notte insieme. Di come fossero passati anni (anni di lontananza e guerra) prima che si rivedessero e mettessero insieme, facendo la resistenza.
Procedendo verso l’interno della Sardegna, pensavo al suono meraviglioso del titolo, carico di epica e nobiltà, col quale spesso lui è nominato e ricordato. Ed è sempre un piacere sentirlo ripetere: su capitanu Emilio Lussu.

Varcare la soglia della sua casa di Armungia significava essere accolti in un posto altro. C’era questa corte un po’ in salita e, di fronte al portone di strada, la casa vera e propria che girava anche sulla destra. Alla sinistra del portone, un secondo edificio, più piccolo, accanto alle tettoie per i cavalli e i buoi, completava, assieme a un alto muro di cinta, la fortificazione di quel circolo magico.
Nella luce intensa del pomeriggio estivo, colpivano subito i colori del quadro d’assieme: l’abito scuro e lo sguardo profondo di zia Nennetta che, seduta accanto a una rigogliosa ortensia azzurrissima, intratteneva tre giovani visitatori. Di lato, un’immensa buganvillea viola in piena fioritura proteggeva le finestre delle stanze di Emilio. E dentro, nella penombra misteriosa di quei muri carichi di storie, il rosa, sorprendente e allegro, delle pareti tinteggiate della cucina con il focolare al centro, senza camino. Quello spazio delimitato da pietre, a terra, sapevo che era il cuore della casa. Era qui che un tempo ci si riuniva la sera, e ancora si sentiva, il riflesso di quelle veglie animate dal fascino magnetico dei racconti dei vecchi che Emilio aveva saputo catturare e riprodurre tanto efficacemente nella sua scrittura asciutta e assai nutriente, modernissima.
In silenzio, osservammo le stanze da letto, i grandi vani senza finestre dove si conservavano le scorte (le domus de crai). Poi, attraverso pochi scalini ripidi e stretti, entrammo nelle stanze di Emilio - la camera, lo studio con una piccola scrivania e la libreria, un salottino con le selle, i finimenti appesi a un chiodo. Le pareti di queste stanze erano finemente decorate, giallo tenue e azzurro. Inquadrato dalla finestra di fronte alla scrivania vedevi il paese dirimpetto, arroccato su un cocuzzolo.
Nell’edificio più piccolo c’era una stanza da pranzo con un tavolone e una credenza con un servizio di antica porcellana inglese appartenuto alla madre di Joyce. Fra i preziosi piattini spiccava un intruso, il piatto del Coccio del Mulino Bianco: non importava come fosse finito lì però riconobbi il grandioso tocco di Joyce, la sua classe inconfondibile e l’ironia.

Prima di scappare all’incontro pubblico che ci aspettava, Nennetta, unica abitante e custode della casa, mi regalò un’immagine di Joyce che fino a quel momento non conoscevo. Una Joyce trentenne e silenziosa che, a cavallo, si assentava da Armungia per giorni, girando (quasi un essere soprannaturale, un’apparizione: una donna alta, bionda, fiera! sola! in pantaloni!) per questa terra meravigliosa e selvaggia. Si immergeva nel Flumendosa - spiegò Nennetta - dormiva negli stazzi, esplorava i boschi e i paesi, protetta dal nome mitico di suo marito, il grande capitano della brigata Sassari, il sardista, il giovane due volte deputato che, scappato dal confino di Lipari con Nitti e Rosselli, aveva raccontato all’Europa cos’era il fascismo e organizzato la diplomazia clandestina. E poi, dopo, ancora, ricostruito l’Italia (paese a pezzi ma finalmente libero) e scritto la Costituzione.

C’era questa lingua sarda così poetica, che scorreva nei saluti affettuosi fra le donne con il suo suono misterioso e potente... Ed eravamo già fuori, di nuovo in macchina, dirette verso il centro.

In paese, ci si ricordava bene di quando il capotribù nuragico tornò al villaggio con al suo fianco la sibilla anglo-marchigiana. Mai come in quel momento, mai come in quel posto, mi erano apparsi insieme in tutta la loro luminosissima aura.
Prima di ripartire, ebbi in dono un libro di Emilio. Il cinghiale del diavolo spiega molto su quella terra ancora intatta e nel sottotitolo compare la parola “magia”. Il giorno dopo, salutata Linetta all’aeroporto, riflettei contenta che c’era ancora molto da studiare, e che Joyce ed Emilio potevano ancora aiutarci a conoscere altre cose.

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