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oggi voglio

L'altro capo del filo

di Raul Montanari su Smemoranda 2002 - 12 mesi

Con il caldo che fa oggi, figurati se non va anche a guastarsi l’ascensore. Faccio i quattro piani con una gran voglia di togliermi le scarpe, i dannati tacchi a spillo della pierre in carriera. E’ una giornata così, che ci vuoi fare? Colazione di lavoro con scazzi a raffica, la riunione coi nuovi clienti rinviata, io come una scema a girare per il centro, ma alla fine avevo solo voglia di tornare a casa a farmi una doccia. Ed eccomi qua.
    Basso e batteria rimbombano dalla porta, anzi fin dal secondo pianerottolo. Alzo le spalle, pensando a tutte le volte che ho litigato con mio marito per la musica da metallaro che si ostina ad ascoltare a ogni ora del giorno e della notte. “Se non vuoi tenerla bassa, almeno cambia genere!” Macché.
Suono il campanello.
Niente.
Aspetto un momento, poi suono un’altra volta.
Che sia in bagno?
Prendo la chiave dalla borsetta e la infilo nella toppa, e all’improvviso la musica viene spenta e sento qualcuno piangere, una voce – la sua voce – lamentarsi, gridare, in preda a una specie di agonia che mi fa accapponare la pelle. Combatto con la serratura, lo chiamo:
“Carlo! Carlo, cosa ti succede?”
e alla fine entro, lascio cadere la borsetta senza nemmeno richiudere la porta e corro, la fantasia bombardata da immagini spaventose. Le grida (“Nooo, ma nooo, nooo, santa madonna, no!”) vengono dalla camera da letto. Lo stanno picchiando? Torturando?
“Carlo!” urlo anch’io, con il cuore stretto come un pugno. “Carlo, sono qui, cosa succede?”
Mi precipito, urto contro il muro, tiro un moccolo e mi affaccio alla porta della stanza.
Prima vedo la ragazza nuda sul letto, tutta rannicchiata contro la parete con le mani sulla bocca. Poi lui, in ginocchio, che martella la fronte contro il materasso, come un fedele di chissà quale strana religione. Picchia forte, la testa rimbalza su e giù.
Carlo gira la faccia verso di me: ha i lineamenti così contratti dal pianto che sembra una prugna, fatico quasi a riconoscerlo in tutto questo sconvolgimento, e continua a battere la tempia sul letto e a gridare:
“Ma perché sei tornata a quest’ora? Non avevi la riunione? Perché? Perché? Oddio santissimo, no! Cosa facciamo adesso? No, no, no!”
 Una marea di gelo sale dai fianchi e mi chiude il respiro, ma forse è proprio in questo momento, mentre lui continua a berciare (“Non dovevi, non dovevi! Nooo!”), che mi rendo conto di quanto poco ormai mi aspettassi da lui, da noi due, da tutto quanto. Alzo gli occhi sulla ragazza, che distoglie i suoi con l’aria di voler essere lontana da qui almeno due continenti: avrà un buon dieci anni meno di me, ma mi somiglia, e nello stato d’animo in cui sto galleggiando questo particolare mi sembra perfino un po’ romantico.
Carlo forse si aspettava che dessi fuori di matto, perché vedendomi silenziosa smette di strillare, fa l’atto di alzarsi e allunga una mano verso di me.
“Vedo che anche con lei ti tieni su i calzini” commento io. Mi volto, infilo a ritroso il corridoio, prendo da sopra il mobile all’ingresso il suo mazzo di chiavi.
“Aspetta!” grida lui, e poi comincia con la sua amica una discussione a bassa voce che non capisco e non mi interessa. Chiudo con le mie chiavi, che erano rimaste a penzolare dalla toppa, e volo giù dalle scale.
Salto in macchina, e l’ultima cosa che vedo della nostra casa è il balcone fiorito, Carlo che si affaccia agitando le braccia, a bocca chiusa. Appena svolto l’angolo abbasso il finestrino e getto le sue chiavi nel Naviglio. Avrà un piccolo problema in più, lo stronzo, visto che a suo tempo non mi ha dato retta quando volevo far mettere una serratura con la manopola che si apre dall’interno! Dovrà chiamare il fabbro o i pompieri, o calarsi da una finestra con le lenzuola. Punto dritta verso la tangenziale e intanto rido, come se mi spurgassi di troppe cose che avevo dentro. Rido e rido, sì. Il cellulare comincia a suonare; lo lascio fare.
A un semaforo un lavavetri nero, età apparente otto anni, comincia a imbrattarmi il parabrezza con uno straccio così sporco che non ci si potrebbe pulire neanche una cisterna di petrolio. Gli faccio segno di lasciar perdere e cerco il portafogli, ma mi è caduto sul fondo della macchina e faccio fatica a recuperarlo.
“Baby, don’t cry” dice il ragazzino. “Baby bella, don’t cry.”
“Cosa?”
“Baby Italia, bella gnocca, don’t cry” ripete lui, e fischietta.
“Non sto piangendo. Senti, soldi non ne ho, prenditi questo.”
Gli allungo il cellulare, che sta trillando proprio in questo momento, e apro la comunicazione. Il semaforo diventa verde, io parto e nello specchio retrovisore mi godo la scena del ragazzo che parla con Carlo (cosa gli starà dicendo?), poi a gran gesti chiama due suoi amici e passa il telefonino all’uno e all’altro, e a turno tutti parlano con Carlo, almeno credo, fra sghignazzamenti e pacche sulle spalle.
Mi asciugo gli occhi con un fazzoletto di carta e smetto di piangere, ma per davvero. Imbocco la Milano-Genova e metto su un po’ di musica. La mia.
Quattro ore dopo scendo dall’auto, mi tolgo le scarpe e mi incammino verso il mare. L’insenatura è come la ricordavo, uno dei pochi posti nascosti e quasi deserti della riviera. Mi ci è voluto un po’ per ritrovarla, la luce del tramonto taglia le rocce e tutto è molto calmo intorno a me. Alle mie spalle il traffico della via costiera abbassa la sua voce sempre più.
Sotto una cornice di pietra vedo due ragazzi abbracciati. Mi guardano, io faccio un segno con la mano come per dire “scusate il disturbo” e vado oltre. Cammino piano perché i ciottoli sono taglienti, e ci sono pure un po’ di vetri rotti in giro.
Alla fine arrivo a una spiaggetta larga non più di venti metri. Non c’è nessuno, qui.
Mi siedo su una pietra che si sforza di essere quasi rotonda, metto i piedi nell’acqua e appoggio il mento sulle mani.
Una cosa giusta Carlo l’ha detta: cosa facciamo adesso? Potrei anche rimettermi a piangere, così, come misura provvisoria, ma chissà perché mi viene subito in mente l’immagine di lui che si cala dal balcone con la scala dei pompieri, al cospetto di tutto il condominio, e insomma non resisto, rido a sbuffi, la commozione e il dolore vanno in frantumi e mi resta solo la voglia di mandare affanculo tutto quanto, ma senza più rabbia, quasi con tenerezza, come se mi congedassi da un’amicizia estiva o dalla casa della Barbie.
Una stanchezza definitiva mi cala addosso. Mi lascio scivolare giù dalla pietra, di lato, finisco per sdraiarmi sui ciottoli umidi.
Appoggio la testa e chiudo gli occhi, massaggiandomeli.
“E’ finita” penso, semplicemente.
Quando riapro gli occhi, vedo il veliero.
E’ una specie di caravella, non lo so, o magari una barca da pesca molto grossa. Enorme, direi. Se ne va tranquilla fra le onde, a meno di un centinaio di metri dalla sponda, come se fosse capitata qui per caso. Ha tre alberi, le vele bianche gonfiate da un vento che sembra essersi levato all’improvviso. Ma no, è troppo grande per essere una barca da pesca… questa è una nave antica, una vera nave uscita dal passato. (O dal futuro, forse.)
Socchiudo gli occhi, ma a bordo non vedo nessuno. Possibile? Proprio nessuno. La grande barca cammina solitaria davanti a me, dondolandosi, come per ricordarmi qualcosa. Adesso è proprio di fronte alla spiaggia; nel giro di pochi minuti sparirà dietro la rupe alla mia destra. Il vento fra le rocce ha quella voce bassa, ronzante, che a volte si sente anche in città, nei vicoli.
“Va bene” dico a bassa voce, ma non fra me e me: lo dico a lei.
Mi sbottono la camicetta, abbasso la lampo e mi sfilo la gonna. Faccio qualche passo nell’acqua fresca, ma il fondo digrada veloce sotto i piedi. Mi slancio avanti con uno sciacquio leggero e comincio a nuotare, sollevando spruzzi.
Lo scafo ingrandisce a poco a poco davanti a me.
A vederlo così dal basso, nel crepuscolo che ora scende in fretta, la sua sagoma scura mi sembra familiare come le ombre che stringevo fra le mani, nel mio letto, da bambina.

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