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Anche i maschi partoriscono

di Tiziano Scarpa su Smemoranda 2002 - 12 mesi

Sto aspettando il mio primo bambino. Sono incinta di otto mesi, e sono molto preoccupata. Una non ci pensa, al parto, finché non è incinta. Quando meditavo sul parto in astratto, cioè con la pancia vuota, pensavo solo che doveva essere una cosa bellissima avere un bambino.
Per tutta la gravidanza ho collezionato racconti di parti che hanno avuto complicazioni di tutti i tipi: per il bambino, ma soprattutto per la madre. E anche per il padre.
Girano un sacco di storie truculente sulle sale parto.
Certe partorienti, durante il travaglio, maledicono a tutta forza il padre del bambino. Non un cattivo uomo, no. Al contrario: il classico ometto femministicamente presente in sala parto, poverino, che tiene la mano della partoriente fra le sue zampette, e le sussurra paroline dolci, di incoraggiamento. A un uomo così, una partoriente sconvolta dal dolore gli sbatte addosso offese spaventose. Chi è che l’ha fecondata? Lui, no? E allora è lui, il colpevole! È lui la causa della sua attuale tortura. Il ragionamento non fa una piega. Il bambino mette fuori la testa dalla vagina, e già urla insieme alla madre. Il neopaparino si trova di fronte un mostro a due teste, che gli gridano in coro bastardo assassino.
Il parto cesareo? Robetta. Viene considerato la complicazione minima. Come se fosse normale farsi tagliuzzare a crudo. Prendersi una lamettata così, un colpo di rasoio che squarta di netto la parte più delicata del tuo essere.
La macelleria delle sale parto viene accettata come un fatto pacifico, è quasi scontato. Con poche eccezioni. Ci sono i metodi per il parto naturale, la levatrice cicciona che ti suona il campanello di casa, il catino di acqua calda… Ma di recente ho conosciuto una presentatrice della tivù, una che fa una trasmissione di ripicche fra uomini e donne: il suo bambino lo ha partorito in anestesia totale. Lo ha chiesto lei, di farsi anestetizzare.
“Mi sono addormentata, ho riaperto gli occhi e mio figlio era disteso sul mio petto. È stato come sognare…” Si inteneriva ancora, raccontandomelo, quell’ardimentosa. L’ho compatita, sul momento.
Che cosa succede alle partorienti in coma? Come faranno le ostetriche a svuotarle?
Sono arrivata a desiderare un incidente: ma sì, un piccolo incidente… Una bottarella in testa, di quelle che ti tolgono la coscienza per un mesetto: il tempo di risvegliarti mamma, con un marmocchio che se la ronfa beato fra le tue tette. Senza doverla chiedere, l’anestesia. Senza ammetterlo, che ho fifa.
Ci vuole coraggio anche per essere vigliacchi, ho scoperto. Cioè, ci vuole coraggio per metterla in pratica, la vigliaccheria. Ce ne vuole per presentarsi dall’ostetrica e dirle: “Senta, me la sto facendo sotto, fatemi dormire che è meglio. Non ce la farei a sopportare il dolore”.
Sto rivalutando la presentatrice.


Chi l’ha detto che solo le donne sanno fare figli? Anche i maschi partoriscono. Io l’ho visto con i miei occhi, domenica scorsa. Il parto si è svolto all’aperto, di pomeriggio. L’ho potuto osservare a una decina di metri, dalla tribuna a bordo campo.
Un parto maschile si svolge così. C’è una tonnellata di carne umana buttata per terra. I padri partorienti si ammassano alla rinfusa. Le spine dorsali si intrecciano in un groppo, rimangono immobili per qualche secondo, schiacciate da sé stesse, e poi all’improvviso fanno di tutto per divincolarsi. I maschi annodati a terra si irritano. La catasta non sopporta più il proprio peso. L’energia del nascituro li spinge da sotto, fa sobbollire dall’interno quella calca. La creatura è ancora sepolta sotto l’ammasso di corpi, comincia a espandersi, ecco, vuole nascere. Il mucchio di carne maschile sembra che voglia esplodere, sboccia. Petali da un quintale l’uno si aprono rabbiosamente, si strappano via dalla corolla. Ognuno se ne frega degli altri, lavora per sé, l’unica cosa che desidera è estirparsi al più presto dalla catasta.
Fra i padri partorienti non c’è collaborazione, nessuno dà direttive per organizzare il distacco con un po’ di metodo. Guardando dall’esterno verrebbe naturale dare la precedenza allo strato esterno di partorienti. La mancanza di collaborazione peggiora le cose, il nodo di corpi si complica: ma evidentemente questa confusione fa parte del travaglio maschile. Avambracci incastrati in cumuli di cosce vengono disincagliati a strattoni, e c’è anche chi affonda la scarpa rostrata nel collo del vicino, per puntellarsi e recuperare a forza l’altro piede conficcato sotto una pila di pance.
I grandi padri matronali si staccano uno dopo l’altro da quel ventre con le doglie, un ventre fatto di teste, toraci, braccia e gambe. Appena si rimettono in piedi, però, si disinteressano del corpaccione in travaglio: si voltano e trotterellano via un po’ azzoppati, massaggiandosi una spalla.
In pochi secondi, la polpa di corpi si è sfaldata, ha messo a nudo il suo nocciolo. La confraternita di padri ha dato alla luce un neonato lungo due metri, peloso, sporco di fango. Il neonato aveva le braccia strette al petto e le ginocchia raccolte. Sulla schiena portava cucito il numero 22.
I maschi mettono al mondo figli già adulti.
Il neonato numero 22 era disteso a terra di fianco, ancora accoccolato in posizione fetale. Aveva gli occhi chiusi, e un’espressione un po’ corrucciata. L’uomo neonato disteso a terra proteggeva un uovo, un grande uovo di Pasqua appuntito alle due estremità. Lo stringeva in grembo, per tenerlo al caldo. Il guscio dell’uovo maschile è spesso, coriaceo: si presenta come una vescica di cuoio, a spicchi, uniti da suture longitudinali. Dunque quell’uomo non era il neonato! Era il puerpero gallinaceo, detto anche padre ovopositore.
I maschi sono ovipari. E le loro uova non contengono nulla.


Il numero 22 era abituato a guardare un campo da rugby da quella posizione. Quando riapriva gli occhi dopo essere rimasto incastrato sotto una mischia, ne approfittava per dare un’occhiata al paesaggio. Per qualche secondo restava così. Si godeva la vista rasoterra del prato, con la guancia spaparanzata sull’erba. 
In quegli attimi di contemplazione, si ritrovava davanti al naso pezzetti di partita disseminati tra i fili d’erba. Un dente incisivo intero. Un ciuffo di capelli ancora attaccati a un quadratino di cuoio capelluto. Un orecchino. Un lobo d’orecchio. Un lobo d’orecchio con un orecchino. Paradenti. Parastinchi. Paracoglioni. Questa volta però il numero 22 si è ritrovato davanti al naso una cosa che non aveva mai visto in vita sua, in un campo da rugby.
Ha aperto gli occhi e ha visto la margherita. Una margheritina era sopravvissuta alla mischia, come se niente fosse. Se ne stava tranquilla in cima al suo stelo. Svettava, candida da far paura, intatta.
Lui si è rimesso in piedi. Tutto era uguale a prima, tutto era cambiato. Adesso era un uomo completamente diverso. Era ripieno della visione della margherita.
Quell’uomo gigantesco, con il numero 22 cucito sulla schiena, per mezz’ora ha corso come un forsennato, caricando a testa bassa, abbattendo piloni, fracassando costole. E, probabilmente, al diciottesimo minuto del secondo tempo, ha provocato anche il distacco di una retina. Portava in giro il suo quintale abbondante di muscoli e ossa sgambettando leggiadro. Ha placcato, ha sfondato, ha oltrepassato la linea di meta tre volte, con l’uovo di cuoio stretto al petto. Ha deposto il suo uovo nel nido dei nemici. Per tre volte in un quarto d’ora.
A bordo campo, l’allenatore seguiva la partita ammutolito. Ha smesso di incitare, ha lasciato perdere gli schemi di gioco. Aveva un mozzicone di sigaretta spenta fra le labbra. L’unica cosa che si muoveva del suo corpo erano gli occhi. Stava a guardare.
L’arbitro ha comandato una mischia vicino al fiorellino.
In pochi secondi i giocatori delle due squadre hanno formato una testuggine fatta di venti schiene. Ma a trascinare la mischia lontano dalla margherita è stata la forza di un unico trattore a due gambe.
A cinque minuti dalla fine ha segnato la sua quarta meta. Adesso la sua squadra era sotto di un punto, a un passo dalla promozione in serie A.
Il numero 22 ha sistemato l’uovo di cuoio piantandolo un po’ obliquamente per terra. Il suo compagno di squadra, lo specialista in calci di trasformazione, non ha fiatato, non ci ha nemmeno provato a protestare che il calcio toccava a lui. Il numero 22 ha preso la rincorsa, l’uovo è schizzato in alto, roteava, il bambino ha fatto una capriola nella mia pancia, lo sentivo dire: “Mamma, perché non mi procuri un papà così?”
L’uovo di cuoio ha superato la traversa in mezzo ai due pali. La meta è stata trasformata. I nostri sono passati in vantaggio di un punto.
Sono incinta di otto mesi, e sto per mettere al mondo un bambino senza padre. Il padre spermatico di mio figlio si è comportato da gentiluomo.
È andata così.
Io gli ho detto: “Sono incinta”.
Lui mi ha detto: “Abortisci”.
Si è offerto di pagarmi le spese della clinica, fino all’ultimo centesimo. E così, nella mia vita sentimentale si è formata all’istante una nuova coppia. Ho lasciato il gentiluomo. Mi sono legata per sempre al mio bambino.
Alla fine un aborto l’ho fatto. Ho abortito il padre di mio figlio.


I nostri difendevano il punticino di vantaggio che li avrebbe portati in serie A. L’allenatore a bordo campo ciancicava la sua sigaretta spenta.
All’ultimo minuto, un nemico con il fisico asciutto si fa largo nella nostra difesa, evita un placcaggio, si infila fra due colossi un attimo prima che si chiudano come un portone, sbattendo uno contro l’altro. Il nemico corre agile con l’uovo al petto, alza lo sguardo e vede davanti a sé la faccia feroce del numero 22. Il nemico non ce la può fare: è troppo leggero, troppo mingherlino. Fra un attimo andrà a infrangersi contro il numero 22, e le sue ossa si spezzeranno tutte insieme, come una busta di grissini schiantata da un pugno. È troppo tardi, ormai non può evitare di immolarsi, allora accenna una finta, senza crederci, un movimento prevedibilissimo. Chiude gli occhi, è rassegnato a spiaccicarsi contro la nostra roccia. Butta avanti il torace, si disunisce come fanno i velocisti quando si gettano sul traguardo, gli si slaccia la coordinazione della corsa.
Non gli succede niente.
Il nemico sente che le sue gambe continuano a correre sbrigliate, per altri tre o quattro passi. Riapre gli occhi, riprende il controllo delle falcate, si ritrova disteso, l’uovo tocca terra fra le sue braccia oltre la linea di meta. I suoi compagni gli si ammucchiano addosso per festeggiarlo, ma prima di essere sepolto sotto quella valanga di corpi, il nemico fa in tempo a voltarsi e gettare un’occhiata. Riesce a vederlo: il numero 22 è ancora al suo posto, si è accucciato ad accarezzare qualcosa.


Un uomo così, ecco, io vorrei un uomo così.
Un gigante gentile, uno che sprizza rabbia e sudore da tutti i pori. Un uomo che vede una margherita in un campo da rugby, e da quel momento è pronto a sacrificare anche la promozione in serie A. Tutto, pur di difendere quel fiore cresciuto in un catino di fango e pestoni.
Io vorrei un uomo così.
Un bestione romantico. Un uomo che sprizza corpo e poesia da tutti i pori. Noi vorremmo un uomo così: io e mio figlio. Sono sicura che anche il mio bambino è d’accordo.
E allora perché non succede mai? Perché gli uomini che difendono le margherite, alla fine della partita, non salgono i gradini della tribuna per venire a domandarmi come mi chiamo? Come mai nessun giocatore viene a dirmi che è da tutta la partita che mi tiene d’occhio? Ho giocato soltanto per te! Ho protetto questa margheritina per potertela regalare, adesso. Nessuno che venga mai a dirmelo, con quel sorriso gonfio di lividi, lo sguardo pieno di graffi… Perché?
Come mai il numero 22 è andato dritto verso il suo allenatore, gli ha tolto la sigaretta spenta dalle labbra, gli ha inforcato la margherita sull’orecchio e l’ha abbracciato teneramente? Perché gli ha infilato la lingua in bocca?

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