I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi e a renderli il più possibile efficienti e semplici da utilizzare. Utilizzando tali servizi e navigando i nostri siti, accetti implicitamente il nostro utilizzo dei cookie. Per maggiori informazioni sui dati registrati dai cookie, si prega di consultare la nostra Cookie Policy.

Accetto

oggi voglio

login

La solitudine degli dei

di Federico Russo su Smemoranda 2013 - Friends

Mettete il naso fuori questa notte, vedrete la stella cadente più grande e luminosa che abbiate mai ammirato. Mi chiamo Astrea e sono una divinità greca. Lo so, non godo della celebrità di quella vanitosa di Afrodite o di quelle finte intellettuali delle Muse, ma vi assicuro che in un’epoca lontana ho fatto cose memorabili. Sono la dea della giustizia, e scusate se è poco. Se non ci credete, andate su Wikipedia e documentatevi. Sarà bello Dioniso, quello sì che se lo ricordano tutti. Ma io dico, che dio è il dio del vino? A cosa serve? Perché non fare allora anche il dio del chinotto, o che ne so, della cedrata. Che poi pure gli altri dei sono ormai dimenticati, soli, coccolano
quello che rimane della loro epica fama con i ricordi stampati su celebri poemi, ma non se li caga più
nessuno. Un tempo il popolo ci venerava, ci faceva lavorare, si appellava a noi quotidianamente, ma come accade per tutti, prima o poi il tuo momento finisce, e senza un pubblico siamo inutili, anche noi. È anche per questo motivo che me ne sono andata. Più di tremila anni fa, delusa dall’ingiustizia degli uomini, mi sono rifugiata fra le stelle, così ora sapete anche perché si chiamano “astri”. Mi sembra di vedervi mentre dite convinti: “Che bello starsene lassù nascosta nello spazio”. Ecco, provateci voi a vivere nell’ozio eterno e in perfetta solitudine fra nebulose, supernove e costellazioni con nomi di animali. Sapete com’è, ad anni luce di distanza dalla Terra non è facile procurarsi riviste o serie tv con cui ammazzare il “per sempre”. Già, “per sempre”, perché come vi hanno insegnato a scuola noi siamo immortali, ricordate? Non invecchiamo mai. Siete abituati a immaginarvi il volto di mio papà Zeus incorniciato in una chioma sale e pepe: tutte fesserie. I capelli bianchi sono dovuti alla vecchiaia, alla mortalità, all’incedere del tempo e ai radicali liberi. Quello i radicali liberi manco sa cosa sono, e voi ancora con ’sto vizio di raffigurare gli dei brizzolati: Apollo, Urano, Eolo, Poseidone, Mourinho. Ma torniamo alle galassie in cui mi trovo da millenni. La verità è che mi faccio due palle così. Sono sola. Con i colleghi non ho più rapporti. L’unico che ogni tanto si fa vivo è Eros, ma quello io lo conosco bene, è il dio dell’amore e chissà cosa gli passa per la testa. Non voglio un fidanzato, di legami ne ho avuti fin troppi, intendiamoci, ché ai tempi noi dei greci ci davamo da fare eccome. Voglio un amico. Semplice. È forse chiedere troppo per una divinità che si è fatta un mazzo così a diffondere le buo- ne maniere fra quei guerrafondai della Grecia antica? Vi rendete conto che esiste la dea della guerra e non quella dell’amicizia? Come se non ce ne fosse mai stato bisogno. Affacciatevi dunque, guardate il cielo stanotte, perché ho deciso: mi lascerò cadere sulla Terra. Troverò degli amici e donerò loro l’immortalità. Dopotutto sono una dea, volete che non sappia fare certe cose? Avrò qualcuno con cui condividere il resto infinito dei miei giorni. E allora sì che vivrò, senza mai morire. Proprio come fanno le stelle. Per sempre.

THE END

Advertisement