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La cacca bianca

di Cristiano Cavina su Smemoranda 2012 - 12 mesi

Akela mi aveva detto che se volevo prendere anch’io la pelle da Lupetto avrei dovuto fare la cacca bianca.
Mi disse proprio così.
 “Oh, se dopodomani vuoi prendere la pelle, devi fare la cacca bianca.”
Per poco non mi venne un colpo.
Dopo, andai a confidarmi col mio amico Donna.
“Cacca bianca?” fece lui.
“Già. Bianca.”
“Mai sentito.”
 Era proprio quello il problema.


Era una settimana che eravamo in ritiro nella casa dell’Arci a Piancaldoli, a prepararci meglio per la Promessa.
Akela, il primo giorno, aveva inchiodato al portone del fienile un cartellone con tutti i nostri nomi incolonnati, divisi per sestiglie.
I sei Fulvi in alto, i Neri appena sotto e noi dei Pezzati giù in fondo, più o meno all’inferno.
Di fianco a ogni nome c’era una fila di sette caselle, una per ogni giorno di ritiro prima della Promessa.
Quelle che seguivano i nomi dei Fulvi, al sesto giorno, erano tutte immacolate, due impreziosite perfino con note di merito, al capo e al vice.
I Neri avevano già qualche brutta croce rossa sparsa qua e là.
Dalle nostre parti sembrava un cimitero.
Il mio nome era l’ultimo del cartellone, perché ero Rimbambito di Sestiglia.
C’erano più croci di fianco al mio nome che a Re di Puglia.
Anche le caselle di fianco al nome di Donna erano una via Crucis di segni rossi e lui faceva finta di fregarsene, ma si vedeva che stava male.


Chiesi a Rigo, il capo dei Fulvi, dei lumi sulla faccenda.
“Allora?”, gli chiesi quando lui smise di rotolarsi per terra.
“Allora che?”
“Allora, cosa faccio per la cacca bianca?” gli chiesi.
“Non ne ho idea”, disse, poi si ributtò a terra.
La cosa diventava via via più pericolosa.
Rigo era passato con ottimo, in prima media, e aveva la casa arredata a enciclopedie; ai miei occhi stava appena un gradino sotto Dio.
Era l’unico mortale che mi avrebbe potuto aiutare.


Già mi vedevo tornare a casa il lunedì e scendere dal pulmino nel piazzale della chiesa gremito di parenti. Tutti i miei amici sarebbero corsi dai loro genitori mostrando al collo la Pelle da Lupetto verde Amazzonia.
Mia madre si sarebbe messa a piangere.
Lei era stata guida scout e preservava da anni il suo cinturino di cuoio inciso a mano; attendeva di consegnarmelo in pompa magna per tenere stretta la mia pelle da Lupetto.
Un mese prima quasi sveniva, quando avevo portato a casa lo splendido “sufficiente” a fine scuola.
Il preside aveva spinto così tanto sulla penna che pareva un bassorilievo.
Belle soddisfazioni che le davo.
Dovevo assolutamente fare quella cacca bianca, e alla svelta.


Quando facevamo le uscite a Piancaldoli ci seguiva sempre almeno una suora, per evitare che morissimo di stenti.
Akela sapeva far ridere, costruire un ponte di corde su un torrente, usare la bussola in una tempesta magnetica e riusciva miracolosamente a impedire che ci uccidessimo a vicenda durante le battaglie ad Alce Rossa, ma davanti ai fornelli tornava a essere il brufoloso trentenne fuoricorso che ancora viveva con i genitori.
Così l’Arciprete distaccava dal convento delle Orsoline una suora che ci cuocesse i due pasti quotidiani.
Quell’anno ci affibiò suor Gianna, che ci odiava a morte.
Era quella che ci faceva dottrina dopo la scuola, il sabato.

Martedì, il secondo giorno di ritiro, ci aveva cucinato una delle sue porcherie.
Suor Gianna aveva cotto un pentolone di maccheroni, un barile di pasta per trenta ragazzini affamati, e lo aveva condito con un solo pomodoro. Ci odiava, suor Gianna.

La vigilia della Promessa ero così agitato per quella cacca bianca che andai in cucina a chiedere un consiglio a Suor Gianna.
Non ero Rimbambito di Sestiglia per niente.
Era come se Hansel e Gretel avessero chiesto alla strega dove si trovava la pasticceria più vicina.
“Cosa vuoi combinare?” mi chiese appena entrai.
Mi parve di sentire gli schedari del suo cervello aprirsi fragorosamente. Dovevo avere una fedina penale lunga fino a Milano Marittima.
Davanti a quella donna non riuscivo a non sentirmi colpevole.
Mi si piantava una cosa nella gola, come se avessi mangiato un’albicocca senza cavarle il nocciolo: “Avrei un problema”, cercai di dire.
“Cos’hai rotto?”
Smise di mescolare un qualcosa dentro ad un pentolone di zinco.
Avevo già visto quella scena, in molte illustrazioni nei libri di favole.
 “Niente ho rotto” dissi, “ è per via che devo fare la cacca bianca.”
“Mi prendi in giro, che cacca bianca…”
Un bagliore del paiolo di zinco gli illuminò gli occhi.
Tirò fuori un sorriso.
Non so da dove, ma mi tirò fuori un sorriso.
Sembrava una coltellata, sulla sua faccia.
“Ah, sì, la cacca bianca,” disse.
Mescolava soddisfatta la sua pozione.
“Sa qualcosa”, pensai.
Mia mamma non avrebbe pianto, nel cortile della chiesa.
“Come devo fare?” chiesi.
“Beh, lo sanno tutti. Bisogna bere la candeggina.”
Ve l’ho detto, non ero Rimbambito di Sestiglia per niente.

Mi procurai la candeggina di nascosto e mi appartai con Donna buon’anima.
 “Mio fratello ci ammazzava i grilli”, disse Donna.
“Mica sono un grillo.”
Donna annusò la candeggina dentro al bicchiere.
“Però dicono che i grilli resistono alle bombe atomiche.”
Questa era una cazzata.
I grilli non resistevano neanche alle scoregge.
 “Non resistono neanche alle scoregge”, gli dissi.
“Boh. Mi pareva che resistevano alle bombe atomiche.”
I ragionamenti di Donna erano contorti. Del resto era passato con “quasi suff.”, a scuola.
“Donna, se resistono alle bombe atomiche, come faceva tuo fratello a ucciderli con la candeggina?”
“E’ un segreto, non te lo posso dire.”
Questa era la sua frase preferita.
“Stai bene?”
“E’ un segreto”, biascicai.
Avevo delle fitte alla pancia e la faccia di Akela mi sembrava gonfia come una mongolfiera.
“Oh, stai bene?” chiese qualcuno degli altri che erano lì attorno.
Mi sembrava di vederli attraverso una fitta nebbia: “Non ve lo posso dire”, blaterai.
Per il momento sembravano preoccupati, ma non mi facevo illusioni, tempo di rimettermi in piedi e mi avrebbero preso per il culo a sangue.
Akela mi guardava con paura. Gli tremavano gli angoli della bocca.
“Perché lo hai fatto?” disse, “Sei ancora così giovane.”
“Cacca bianca,” dissi.
E lui: “Eh?”
E io: “Cacca bianca. Per la Promessa.”
“Eh?” Akela mi parve molto pallido.
Lui nella candeggina doveva averci fatto il bagno: “Merda”, disse.
E io, con un filo di voce: “Sì, bianca.”
“Ma scherzavo” disse lui, e rise, come se volesse piangere.
“Porca puttana” piagnucolai.
Nella nebbia vidi suor Gianna farsi il segno della croce.
I ragazzi le stavano lontani.
“Me lo ha detto lei” dissi, indicandola con un dito.
Mi pareva di essermi svegliato all’improvviso in un capitolo impazzito del libro Cuore.
Lei fece una faccia tenerissima, da veleno da topi.
Akela ci cascò in pieno.
“Ma scherzavo, stupidino,” disse Suor Gianna.
“Scherzava, coglione,” disse Akela.
“Scherzava,” dissi io.
Al posto della pelle mi sembrava di avere una lastra di alluminio. Sudavo freddo.
Donna non perse l’occasione per tirare fuori una delle sue patacche.
“Lo sapevo che scherzava,” disse.
Io mi piegai da un lato e gli vomitai della roba bianca sui suoi scarponcini.
Aveva il colore immacolato di una tonaca.


Avevo undici anni, e una volta tornato a casa in paese si sarebbe già sparsa la voce del mio tentato suicidio.
Adesso mamma sarebbe venuta a prendermi nel cortile della chiesa con l’ambulanza della Croce Verde, per portarmi alla Villa Azzurra a Riolo.
Cacca Bianca.
Merda.
Appunto.


Mi ripresi.
La mattina ero già bello vispo in piedi. Avevo l’impressione che Donna mi evitasse e che gli altri del branco mi guardassero in una strana maniera. L’avevo capito subito, e mi ero ripromesso di fare un bel discorsetto a tutti quanti, prima di andare a fare il bagno al fiume.
Era da una settimana che non ci lavavamo.
Ma poi, il mio grande carattere e la mia forte personalità si imposero e all’ora di pranzo già mi ero dimenticato della faccenda del discorsetto.
Durante il pomeriggio, mentre ci asciugavamo al sole su un sasso come le lucertole, qualcuno tirò fuori la faccenda del Vescovo.
C’erano quaranta gradi, ma io rabbrividii.


“La promessa ce la fa dire il vescovo,” buttò lì Rigo.
La faceva facile, lui.
 “Come, il Vescovo?” dissi. La voce mi uscì strozzata.
“Il nostro Vescovo Luigi”, disse Rigo, “lui in persona.”
Gesù.
il Vescovo era pericoloso, per me. Era un diretto dipendente del Signore.
Probabile che quando gli pagavano lo stipendio, l’assegno che girava alla banca era firmato direttamente da Dio.
Sulla scrivania aveva sicuramente un telefono rosso, anzi, celeste, che lo metteva in contatto diretto con il paradiso per i casi di emergenza.
Come avrebbe potuto non capire?


E alla fine, eccolo lì.
Era la prima persona famosa che vedevo.
Il Nostro Vescovo Luigi.
Proprio lui.
Lì davanti a me, e fra noi due c’era soltanto la figura sempre più prostrata di Donna.
Lui.
Aveva già consegnato le pelli da lupetto a quasi tutto il branco e aveva ascoltato le promesse.
Eravamo sulla scalinata del santuario di Boccadirio, un’isola in mezzo a una marea di pellegrini che ci scorreva sorridente intorno.
Rimanevamo solo io e Donna, che ogni secondo andava via via rimpicciolendosi.
Teneva le pelli mia e di Donna una per mano, belle rigide di stiratura e annodate a cerchio.
Mi venne da deglutire.
Sembravano due cappi.
Akela fece cenno a Donna di avvicinarsi: lui avanzò come se avesse imparato solo quel pomeriggio a camminare. Strisciava i piedi per terra, come uno che se la sta facendo addosso o se l’è già fatta addosso, gli si è seccata nelle mutande e incomincia a pizzicare.
Io dovevo andarmene da lì.
Ogni tanto incrociavo gli occhi del Nostro Vescovo Luigi e ci vedevo qualche cosa che non mi piaceva.
Lui sapeva.
Il telefono celeste sulla scrivania aveva squillato.
Dovevo alzare i tacchi, e alla svelta.
Donna infilò la testa nella sua pelle, prostrato come un condannato a morte; doveva fare la promessa: alzare il braccio destro, tirare su indice e medio e giurare di essere sempre fedele al branco e ai suoi valori.
Aprì la bocca e lo vidi chinarsi precipitosamente in avanti.
Udii netto una specie di rutto spaventoso. Akela si era coperto la faccia con tutte e due le mani.
Gli aveva vomitato sulle scarpette lucide e il Nostro Vescovo Luigi si guardava i piedi con un distacco a dir poco divino.
Vidi un’altra cosa: per qualche motivo non riusciva a muoversi. I pellegrini si erano bloccati, inorriditi.
Mi si riempì il cuore di speranza.


Scattai incontro al Nostro Vescovo Luigi, mentre il segretario si chinava a gettare un fazzoletto ai suoi piedi.
“Cosa fai!” Akela, che stava cercando di rimettere in piedi Donna, mi stava fissando.
Avevo strappato via l’unica pelle che il Nostro Vescovo Luigi stringeva ancora nella mano, come se stessi giocando a “ruba-fazzoletto”.
Anche lui e il suo segretario mi stavano guardando.
Gli altri cercavano di vedere il pranzo di Donna da sotto il fazzoletto.
Mi misi la pelle verde al collo e la strinsi per bene: alzai il braccio destro, tirai su il medio e l’indice e dissi:
“Giuro che sarò buono un casino. Davvero.”
E tagliai la corda.

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