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Livia e Paolo

di Gioele Dix su Smemoranda 2005 - M'ama non m'ama

Stasera Livia e Paolo si incontrano per la terza volta. Vanno a cena in un messicano. Finalmente da soli.
La prima volta era stato niente più di un incrocio fra loro, in un locale (il Bounnty, un disco-pub) durante la festa di compleanno di Paolo. Livia ci era andata trascinata da Lalla, la sua amica del cuore. "Stavolta decido io per te, il lutto è finito, non puoi permettere a Christian di rovinarti ancora la vita, hai diciannove anni e lui ti ha mollato che ne avevi diciassette e mezzo, mi sembra chiaro che non ti vuole più". Livia aveva odiato Lalla per quelle parole brutali, ma poi aveva accettato di seguirla alla festa, giusto per non passare l'ennesima serata a casa da sola ad ascoltare i Cold Play e piangere. Non è che si possa parlare di un vero e proprio incontro fra lei e Paolo. Si videro, si notarono, forse pensarono qualcosa di buono l'uno dell'altro, ma niente più di un incrocio, appunto. C'era un sacco di gente e in quel momento Paolo si sentiva interiormente devastato dall'angoscia. "Ventidue anni e mi sento già finito, in ritardo su tutto, devo fingere felicità, ma vorrei essere da solo in un buco, a dormire, dormire per dimenticare". L'incrocio fu di occhi, lei ce li ha verdi e bellissimi, lui scuri, intensi anche dietro gli occhiali. Ma erano sguardi in mezzo al casino. E tutti e due erano troppo presi da se stessi, dai propri intimi malori, da un'eccessiva voglia di piangersi addosso, impossibile entrare in contatto, in un contatto vero... peccato a ripensarci, ma non fa niente, c'è un tempo per raccogliere, ma anche un tempo per sperperare, soprattutto all'inizio. 
La seconda volta invece fu una pura casualità a farli incontrare, o meglio scontrare. A Piola, linea verde della metro: Paolo era fermo sulle scale che scendono ai treni, per l'esattezza chinato, ad allacciarsi la stringa dell'adidas destra (e pensava con tenerezza a sua madre che da piccolo gli faceva sempre il nodo doppio che reggeva fino a sera), quando Livia, che era in ritardo alla lezione di violino, gli rovinò addosso e lo fece rotolare giù per venticinque trenta (trentadue per l'esattezza) gradini. Scusa, non importa, ti sei fatto male, no ma stavo meglio prima, frasi banali e poi buffe, risate, complicità, ma dove ci siamo già visti, quasi un'ora insieme seduti sulle scale con la gente che li scansa e poi guarda con aria ostile, un piacere sottile e crescente e reciproco, in apnea dal mondo, niente lezione di violino per lei, niente visita oculistica per lui, che diranno a casa? Che è scoppiato un incendio? Già, ma mica possono dire di essersi innamorati, anche perché non ne sono sicuri neanche loro... Però Livia... Però Paolo...
Dopo 16 giorni (sedici! tanti o pochi? mah...) di sms, telefonate, lettere (sì, incredibile: lettere! loro che non ne avevano scritte mai se non per obbligo, tipo lettera a Babbo Natale o tema: Scrivete una lettera ai vostri amici più cari) finalmente si decidono. Vediamoci. Dove? Conosco un messicano, dice Paolo.
Ci siamo. Eccoli là, a quel tavolo in fondo, musica un po' troppo forte, l'aspiratore non funziona granché, l'odore di fumo e fritto resterà sulle maglie, ma chissenefrega, stanno bene! Anzi no, stanno male, sono agitati, imbarazzati, incapaci di capire che cosa sta loro succedendo veramente. Hanno parlato fitto fitto per due ore, si sono raccontati il mondo, hanno detto cose intelligenti e enormi cretinate, hanno superato scogli, svincoli, bivi pericolosi, si sono sentiti felici, a posto, immersi in una nuvola... ma ora? Che succederà? Saranno capaci di dirselo? Che stanno bene, che vorrebbero... insomma, che si amano già? Amore, aiuto, che parola... Be', in qualche modo bisognerà pur dire, chiamare, dare un nome a questo marasma terremoto sconvolgimento meraviglioso (e pericoloso? ma chi lo sa...). Si potesse leggergli dentro, sentire la loro voce interiore. Si potesse fare come nei fumetti, vedere quello dei pensieri, il fumetto coi pallini. Ma forse si può, chi ce lo impedisce? Fra virgolette quello che si dicono, fra parentesi quello che pensano. 
Paolo: "E quindi tu continui a suonare il violino per non deludere tuo padre?"
Livia: "Ma no! Lo faccio perché mi piace... anche" (lo faccio per mio padre, sì)
Paolo: "Non è brutto che tu lo faccia anche per tuo padre" (è brutto, sì)
Livia: "Tu fai delle cose solo per far piacere a qualcuno?"
Paolo: "Be'...sì, a volte" (no! perché ho detto sì? per passare per buono?)
Livia: (vuole passare per buono) "Io non ne sono capace..." (e invece sì)
Paolo: (mi sento un idiota, sto dicendo cose che non penso)
Livia: (mi considera una scema, non gli piaccio più come pensava)
Paolo: "A che stai pensando?" (perché le ho fatto questa domanda!?)
Livia: "A niente... niente di particolare" (sempre più scema, io non sono così!)
Paolo: (mi butto, ora!) "Invece io stavo pensando che... (non ce la faccio)
Livia: "Stavi pensando che...?"
Paolo: "Niente... ovvero tutto!" (dopo questa frase, sono ufficialmente un idiota)
Livia: "Paolo..." (mi ama? sta farfugliando)
Paolo: "Livia..." (non posso assolutamente piacerle, non mi amerà mai)
Livia: (non mi ama, succederà esattamente come con Christian, tutta colpa mia)
Paolo: (non posso mica dirle: mi stavo chiedendo se mi ami) "Livia..."
Livia: "Quanto mi piace quando mi chiami Livia..." 
Paolo: (mi ama!) "Perché, come ti chiami anche?" (ho fatto la battuta, ma si può?)
Livia: (mi fa ridere) "Mi fai ridere!" (penserà che lo trovo ridicolo?)
Paolo: "Non volevo..."
Livia: "Ma a me piace!"
Paolo: (la amo) "A me piaci tu..." (non mi ama, me lo sento, ho fatto autogol)
Livia: (mi amerà?) "Paolo?"
Paolo: "Livia?"
Chissà se si ameranno sul serio, se sapranno far durare il loro amore, o se capiranno un giorno che non era amore vero. Di sicuro c'è solo un fatto: come in una vecchia canzone di Dalla, Livia e Paolo li hanno visti uscire (dal messicano) mano nella mano.

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