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Il dubbio, la certezza e l'Ernesta

di Margherita Giacobino su Smemoranda 2005 - M'ama non m'ama

Fino a qualche anno fa, in amore e in letteratura l'umanità si divideva fondamentalmente in tre tipi: quelli che erano sicuri di essere sempre e comunque amati (gli uomini e la mia amica Ernesta), quelle che non erano sicure di essere amate mai, neanche a puntargli il coltello alla gola (le donne, meno Ernesta ovviamente), e quelli che avevano, e hanno, ben altro a cui pensare (questa è una categoria vasta ed eterogenea, che però in questa sede non ci interessa).
La prima categoria aveva succhiato la fiducia e l'autostima con il latte della mamma, o con qualche marca di omogeneizzati rinforzati con ormoni capaci di far crescere un ego forzuto e marmoreo come i glutei di un culturista. Non c'era quindi niente da fare per scalfire la loro ferrea sicurezza di essere non solo amati, ma amabili, anzi adorabili. Irresistibili. Di avere un valore solido e in continua ascesa sul mercato dell'amore del sesso e del matrimonio, neanche fossero altrettanti candelabri Luigi XV battuti all'asta da Sotheby. Questi individui radiosi di certezza erano legione, dal settantenne Goethe che si stupiva di come mai una fresca diciassettenne potesse rifiutare lui, sommo poeta, a quello sciattone di Charles Bovary che dormiva con un fazzolettone di lana annodato in testa senza neanche rendersi conto che così facendo spingeva sua moglie Emma verso il baratro dell'adulterio o, peggio ancora, della crisi di nervi.
A essi era da sommare la mia amica Ernesta, personaggio questo non letterario ma reale, la quale essendo cresciuta come una bambina Gesù in mezzo a una famiglia di zie nonni e nonne in adorazione peggio che i re magi, se ne andava per il mondo convinta che tutti dovessero amarla per legge di natura e alla prima delusione d'amore reagì sconcertata dicendo: dev'esserci un equivoco.
Dall'altra parte c'era quella categoria di malamate e malmenate, le donne: sempre lì a buttarsi giù e a deprezzarsi, sia se stesse sia, e con ancora maggior godimento, le altre. Sempre intente a svalutarsi e a temere il crollo delle loro quotazioni, come se fossero state obbligazioni Parmalat. Donne così carenti di autostima da cadere come pere cotte tra le braccia del primo che gli dice "ti amo", come se avessero paura che, perso quel treno lì, non ne passerà più un secondo. Valga per tutte la Francesca di dantiana memoria, quella che "amor ch'a nullo amato amar perdona", che in volgare si direbbe più o meno così: se Paolo ti ama finirai per amarlo anche tu, se non altro per compassione, porello, o non vuoi mica fare la figura della frigida.
All'opposto, c'è tutta una sfilza di donne così insicure dell'amore altrui da sottoporre i disgraziati pretendenti a una serie di prove una più feroce dell'altra, di solito in numero multiplo di tre. Così la Turandot e tante altre principesse, al principe che proclamava il suo amore ingiungevano, con esasperata diffidenza, di dimostrarglielo sottoponendosi a massacranti test di pazienza di ardimento e di bravura che già ottenevano un primo effetto tipo "curiosi astenersi", perché per combattere contro un drago a tre teste bisogna essere abbastanza motivati, e in più su quelli che combattevano il drago se ne mangiava il novantanove per cento. Ammetto che per agire così le principesse avranno avuto i loro motivi, e che per una donna essere un tantino selettiva non è un male, ma mi chiedo: e se non fosse anche questo un sintomo di poca autostima? Ovvero: si amavano così poco che quando qualcun altro diceva "ti amo" non gli sembrava credibile.
Per fortuna che le cose stanno cambiando. Oggi gli uomini sono teneri e le donne forti. Oggi gli uomini hanno un cuore e le donne hanno i muscoli. Più o meno. O gli uomini sono insicuri e le donne prepotenti. O sono tutti insicuri di essere amati, e tutti lo esigono come per legge di natura e, in quanto ad amare, hanno ben altro a cui pensare? Una cosa è certa: l'Ernesta non demorde e ogni volta che incontra un bel ragazzino si tuffa senza esitazioni. Potenza dell'imprinting.

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