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Gli occhi verdi di Brahama

di Maurizio Chierici su Smemoranda 2005 - M'ama non m'ama

L'amore arriva lentamente, un giorno dopo l'altro: passano gli anni e all'improvviso succede. Un mattino Brahama prepara il tè con pagliuzze d'oro sulla maschera verde che le segna gli occhi, quasi il trucco di un'attrice chiamata a sedurre dal palcoscenico spettatori lontani. Ma è solo lo stanzone della prima colazione. Chissà a che ora si è alzata per presentarsi così. Le altre non hanno ancora cancellato gli sbadigli del risveglio, faccia pulita, sottane a fiori della sera prima. Amhina non sembra preoccupata per la macchia di unto che le si allarga sul grembo, deve essere la frittata della cena. Brahama allunga la tazza al marito dimenticando gli altri. Sorride quasi fosse appena sciolta da un ballo con l'uomo dei sogni. Lui risponde senza parole: la guarda, e vede un'altra creatura: "Finalmente...". Pier sta bevendo il caffè seduto capotavola. Non è il marito, ma un prete saveriano che ha deciso di abitare con cinque coppie sposate. Vuol capire la diversità di un rapporto incomprensibile alla nostra cultura. Brahama ha tredici anni, il marito trentaquattro. Fra un mese festeggiano il quinto anniversario del matrimonio concordato dai genitori.
Il marito non si è ancora fatto la barba e sui baffi restano le gocce del tè. Quando è entrato nello stanzone lei aspettava sotto la finestra senza imposte, piedi nudi sul prato, e appena lo ha visto si è precipitata a sistemare lo sgabello di legno nel posto dove gli piace accomodarsi. Lui mantiene il silenzio; non alza gli occhi per salutarla. Anche Brahama tace ed è insolito perché parla ore senza smettere. Alla fine il silenzio preoccupa il marito: "Cos'hai?". Gira lo sguardo e la vede.
La casa è sull'argine, casa in muratura. Le abitazioni attorno si arrampicano su palafitte, paraventi di canne intrecciate: salgono e scendono come tende, proteggono l'oscurità del riposo o cercano la luce. Per arrivare da Khulna al villaggio dove il Gange abbandona l'India e taglia la frontiera bagnando il Bangladesh, ho incontrato chilometri di ciclisti affamati, processione che non smette giorno e notte. Ogni tanto la strada finisce nel fiume, uno dei fili che Gange o Brahamaputra (i bengalesi lo chiamano Jamuno ) disperdono nel delta più largo del mondo. Solo fango; i sassi si pagano a peso d'oro. Sull'asfalto fabbriche improvvisate di mattoni nelle quali i bambini impastano melma e sterco da cuocere al sole. Bisogna aspettare i traghetti strappandosi di dosso le mani dei venditori che tirano la camicia: "Compra, per favore, compra". O dei mendicanti, o di madri scarmigliate, qualche lebbroso. I fratelli grandi allargano le piaghe dei fratelli piccoli: per un po' di carità le fanno sanguinare. La corriera riparte: dopo qualche chilometro altro fiume, altra folla.
La gente del villaggio dove abitano Brahama, Amhina, le altre e i loro mariti, non sa com'è fatta Dacca, capitale; solo qualcuno è arrivato a Khulna, la città più vicina. Non leggono i giornali, in pochi ascoltano la radio. Inseguono inconsapevoli le voci della storia e della politica e non vanno a votare perché il capo della comunità degli Intoccabili ammette senza timore di aver votato da solo per i 1 400 abitanti chiamati a scegliere il governo della regione.
Anche Brahama, Amhina le altre, e i loro mariti sono intoccabili. Discendono dalla casta alla quale il disprezzo assegna l'ultimo posto nella scala sociale. Non importa se credono nell'Islam e le caste appartengono alla cultura indù. Vengono da famiglie di macellai e becchini, mani il cui impegno quotidiano è ‘maneggiare carne morta', ed è proprio fra loro che Pier ha voluto giocare la scommessa. Dall'Italia si è fatto arrivare specchi, poltrone, pennelli e rasoi di una barberia hollywoodiana. Sembra un night se paragonata ai negozietti opachi dei taglia barba del posto. Ma sono intoccabili, chi va a farsi toccare da loro? Le luci del nostro mondo hanno vinto la scommessa: è diventata la barberia di moda dove lavorano i cinque mariti. Ma la scommessa per la quale divide casa e abitudini è capire come possano funzionare i matrimoni: bambine sposate ad adulti col destino di tanti figli fino a quando il sangue del padre non sarà troppo debole per riprodursi. Destino infame delle ragazze? No, risponde Pier. Da noi prima c'è il fidanzamento, poi il matrimonio. In Bangladesh (ma anche di là dal fiume, nell' India delle piramidi dei privilegi) si fa il contrario. Ci si sposa e comincia un'interminabile fidanzamento con la moglie-bambina che il marito fa crescere come una figlia fino a quando arriva l'amore. Brahama si sta innamorando. Amhina, non lo sa. Mentre Brahama è perduta - forse la prima volta- negli occhi del padre-marito, Amhina va senza premura verso l'angolo della stufa, sceglie un pomodoro, lo lava con l'acqua del secchio e si siede a tavola dirimpetto al marito. Sempre sotto il suo sguardo comincia ad affettare il pomodoro, due briciole di sale su ogni fetta. Il marito scuote la testa: la sua tazza del tè è vuota, ma non è il tè a cui pensa osservando la felicità improvvisa dell'altra coppia. Fa il gesto di tirarla per il braccio. Amhina scivola indietro sottraendosi con fastidio. Le sue mani volano e sfiorando i miei occhi, a ogni dito un anellino colorato, bracciali, sottili catenelle. Si siede accanto a Pier: "Ti voglio parlare". Non importa il tropico o le abitudini rovesciate: gli amori malcobinati finiscono sempre allo stesso modo.

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