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Una sola, piccola macchia

di Licia Troisi su Smemoranda 2012 - Dream

Lo stavano chiamando. E quando ti chiamano, è finita. Ogni Fammin lo sa. Quando qualcuno pronuncia il tuo nome, non puoi far altro che obbedire. Ti hanno creato così. Senza volontà, senza sentimenti, senza bisogni. Sei una macchina da guerra, puoi solo obbedire, e obbedendo uccidere.

E allora perché io non voglio più farlo? si chiese Arhur.

Eppure era iniziato tutto con una sola, piccola macchia sul bianco della sua esistenza di creatura forgiata dalla magia.

“Stanotte ho visto qualcosa” aveva detto.

Gli altri l’avevano guardato senza capire. Era raro che i Fammin parlassero tra di loro. Di che parlare, del resto, quando non si hanno né desideri né sogni?

“Un intruso?” chiese Frhar, pragmatico. Arhur scosse la testa.

“Non era fuori” cercò di spiegare. Si portò un artiglio alla tempia. “Era qui dentro”.

Di notte, un Fammin semplicemente riposa. Il nulla inghiotte la stanchezza delle sue membra, per risputarlo fuori a mattina, corroborato nel fisico.

Non quella notte. Quella notte Arhur aveva visto qualcosa. Una scena semplice. Lui poco prima della battaglia. Solo questo.

Quella volta non ci aveva fatto caso. Ma era capitato anche la notte dopo. Sempre l’immagine di se stesso prima dell’assalto. Stavolta assieme ai suoi compagni.

D’improvviso la notte divenne qualcosa di diverso. Quello spazio vuoto s’era popolato. Di figure, prima. E poi di sentimenti. Perché quando vedeva quelle immagini, sentiva anche qualcosa. L’eccitazione del combattimento. Il dubbio. La paura. Cose che nella sua vita non avevano mai avuto posto. Cose che neppure conosceva. E che ora, di notte, gli svelavano un mondo. E obbedire non era più così facile.

Perché? Si chiedeva ora. Perché uccidere, perché combattere? Perché anche solo andare da qui a lì?

Era cominciata così.

Arhur si mise le mani sulle orecchie. Strinse forte. Non sentiva più la voce del mago che lo stava chiamando.

Guardò il bosco. Scappare, smettere di obbedire, fare quel che voleva. Bastava mettere un piede dietro l’altro.

Ma dove posso andare? Dove mi posso rifugiare?

Intravide il mago tra le fronde, alla sua destra. Poi il bosco, puro e deserto, davanti a lui.

Bastò mettere un piede avanti all’altro, e scelse per sempre.

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