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Quale mondo... Il nostro mondo

di Gino Strada su Smemoranda 2004 - Che mondo

Come ci sentiamo in questo mondo? Il più delle volte impotenti, assolutamente inutili, sconfitti dalla marea montante di inciviltà, di ignoranza, egoismo, incoscienza, volgarità e, soprattutto, di stupidità. Sappiamo che probabilmente saranno ancora loro a vincere, gli adoratori del denaro e della guerra. 
E questo è, almeno per me, molto deprimente: il fatto che siano i terroristi o i generali a prendere decisioni che riguardano la vita di tutti noi, e condizioneranno quella dei nostri figli. 
Ho sentito qualcuno di Emergency dire: "Aspetto a fare un figlio, in questo momento c'è troppo lavoro da fare, bisogna lavorare per la pace". Da un lato mi sono commosso, perché so esattamente la passione e la fatica di tutti quelli che mandano avanti la baracca di Emergency. Ma poi mi sono spaventato, all'idea che qualcuno incominci a pensare che mettere al mondo figli, cioè metterli al mondo in questo mondo, sia cosa per il momento da evitare. Quasi a dire: vediamo prima come va a finire, non è detto che sarà un mondo bello da vivere. E anche questo pensiero non ha certo migliorato il mio stato d'animo, perché mi è venuto in mente, per associazione, un altro pensiero, anzi un ricordo. Il ricordo di un padre orgoglioso, fiero, contento che il proprio figlio, neanche ventenne, si fosse fatto esplodere contro qualche nemico.
Terribile.
C'è chi ha paura a fare figli e chi è contento che il proprio figlio cessi di esistere. Credo proprio siano espressioni della stessa tragedia: l'assenza di futuro, di quello che si teme o di quello che si rifiuta perché già scritto e vissuto. Siamo davvero nella stessa barca, tutti.
E allora lavoriamo sul possibile, e lavoriamoci sodo, perché c'è molto da fare, ma anche molto da capire, da scoprire, e poi... non è scritto da nessuna parte che le utopie non siano trasformabili in progetti, e quindi praticabili.
Vi racconto una storia, un fatto accaduto in Afganistan alla fine del 2001. Era stata messa fuori uso una centrale elettrica a Khandahar lasciando al buio buona parte del Paese, come disse con un sorrisetto soddisfatto qualche annunciatore statunitense. 
È quel che produce la guerra, di spegnere la luce perché nessuno possa più vedere il macello. 
In Panshir, incominciando dal villaggio di Zaman Khor, decidemmo allora di stare al gioco, di fare una cosa utile, di accendere la luce, anzi di portarla perché lì non c'era mai stata. La gente del posto fu entusiasta dell'idea, tutti parteciparono al progetto. Un piccolo bacino a un lato del fiume, un paio di chiuse, una turbina, un po' di cavi... la sera, in ogni casa una lampadina. 
E tutti furono pronti anche ad accenderle tutte insieme, la prima volta, per divertirsi.
Non fu molto. Decisamente no, ma qualcosa sì: star seduti in famiglia a conversare, a guardarsi in faccia. È difficile per noi immaginare il passaggio da un mondo senza luce a una semplice lampadina.
Per centoventi famiglie nel Panshir era venuto questo momento. 
Neanche questo è molto. Ma fu il primo esperimento. 
Insomma, se la guerra spegne la luce, anche una lampadina può essere un piccolo segno di pace. E allora basta parole, guardiamoci attorno e spremiamoci insieme le meningi per immaginare quale mondo, che mondo... il nostro mondo.

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