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Sei giorni

di Gioele Dix su Smemoranda 2004 - Che mondo

Nella Bibbia, proprio all'inizio, si racconta che Dio creò il Mondo in sei giorni. È molto strano. Sì, perché essendo un Essere Supremo che sa e può ogni cosa, avrebbe potuto fare tutto in un attimo. Per quale motivo invece ci impiegò quasi una settimana, un tempo per così dire umano? Significa che era un Dio ancora alle prime armi, inesperto? Oppure che si mise all'opera senza un progetto preciso? Possibile? In effetti, leggendo con attenzione il resoconto biblico, si confermano i dubbi sulla condotta di Dio nella vicenda della famigerata Creazione.
È scritto che il primo giorno Dio creò la luce e "vide che la luce era buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò Giorno la luce e chiamò Notte le tenebre... il primo giorno". 
È tutto. Non si può proprio dire che Egli si sia stravolto di lavoro. Certo, si trattava di cominciare dal niente, un Niente nel vero senso della parola, un vuoto assoluto, vuoto di qualsiasi tipo di forma e sostanza. Ottima, in quell'ottica, l'idea di inventare la luce, per orientarsi e vederci chiaro. Ma poi? Possibile che separare la luce dalle tenebre si sia rivelato un affare così impegnativo? E tanto più per Uno che non poteva avere problemi a sapere come funzionano le cose? L'impressione è di una partenza decisamente fiacca. Chiunque di noi, sapendo di avere solo sei giorni per chiudere un'impresa, avesse buttato via un'intera giornata per attaccarsi alla corrente e illuminare alla meglio la zona operativa, sarebbe considerato un pazzo, oppure un buono a nulla. 
Di seguito, è scritto che il secondo giorno "Dio fece il firmamento, separando le acque che sono sotto il firmamento e le acque che sono sopra il firmamento... e chiamò Cielo il firmamento... il secondo giorno". 
Se possibile, la seconda giornata appare ancor più catastrofica e improduttiva della prima. Concediamo pure come attenuante il fatto che quando c'è tanta acqua di mezzo i disagi sono sempre pesanti. Dobbiamo sforzarci, in questo senso, di immaginare Dio alle prese con problemi idraulici mille volte superiori a quelli di fronte ai quali possiamo trovarci noi: quando – per esempio – troviamo la cucina allagata per colpa della lavatrice, o quando ci rovesciamo col canotto per via di un'onda anomala. Le acque di cui si dovette occupare Dio erano acque sovrabbondanti, ingovernabili, selvagge e tempestose, acque da domare, arginare e poi separare. Ma anche tutto ciò ammesso e concesso, resta il fatto che sprecare un'altra giornata sana soltanto per inventarsi un firmamento, totalmente privo di stelle peraltro (perché le fece due giorni dopo), sembra quantomeno un eccesso di leggerezza. Insomma, anche dopo il secondo giorno non è assurdo affermare che Dio, con tutto il rispetto, ancora non ci si era messo d'impegno (i suoi professori, se ne avesse avuti, avrebbero detto di lui "potrebbe fare di più").
Dopo un terzo giorno soltanto un poco più proficuo, speso a far produrre dalla terra "germogli, erbe che facciano semente e alberi fruttiferi che diano frutti", si arriva al quarto giorno, il più sconcertante di tutti. È scritto infatti che Dio "fece due grandi luci: la luce maggiore per reggere il giorno e la luce minore per reggere la notte, ed inoltre le stelle... il quarto giorno". 
Come è possibile che un Grande Architetto indiscusso (e chi si azzarderebbe a discuterlo?), consapevole di avere ancora una quantità inverosimile di cose da fare e di essere a soli tre giorni dalla data di consegna dell'opera, butti via letteralmente la giornata per riaffrontare una questione, quella dell'illuminazione, che già aveva risolto, peraltro faticosamente, il primo giorno? D'accordo: il sole, soprattutto la luna e le stelle sono invenzioni notevoli, ricche di fascino, ispiratrici dei nostri pensieri più romantici; e noi gliene siamo sicuramente grati. Ma si tratta di puri abbellimenti. E dunque come spiegare un atteggiamento tanto irresponsabile? Mancavano ancora tutte le strutture portanti, non c'erano montagne, corsi d'acqua, colline e campagne, non un lago, non una spiaggia decente, non c'era ancora in giro una sola anima viva di alcun genere e tipo; e Lui si ingegna a perdere ulteriore tempo occupandosi di questioni ornamentali? 
In palese ritardo su tutto, al quinto giorno Dio sembra finalmente riaversi dal torpore e si mette a lavorare come sa, da Dio. 
"E Dio disse: brulichino le acque di un brulichio di esseri viventi e volatili volino sopra la terra... il quinto giorno".
Il risultato è che il Nostro produsse, senza alcun controllo, in un crescente delirio compulsivo creativo, una quantità esagerata di volatili e di insetti e popolò le acque di una miriade incalcolabile di pesci. Da un eccesso all'altro. Già, perché è naturale domandarsi quale bisogno ci fosse di affollare l'aria di bellissimi uccelli di ogni forma e colore, ma anche di miliardi di fastidiosi e spesso dannosi esseri quali moscerini, mosche, vespe, tafani e zanzare. E perché scatenarsi in un virtuosismo puramente narcisistico, inventando variazioni infinite del pesce, dal pesce ragno al pesce martello, dal pesce rondine al pesce palla, dal pesce spada al pesce lucerna, dal pesce gatto al pesce chitarra, dal pesce San Pietro al pesce sega (per elencarli tutti ci vorrebbero giusto sei giorni).
E così si giunge all'ultima giornata di lavoro.
In mattinata, sicuramente di gran fretta, Dio produsse "animali domestici, rettili e fiere della terra". Finalmente! Finalmente cani gatti e cavalli, animali gradevoli (parlo per me); finalmente vacche e galline, animali utili per organizzare una cena decente (parlo sempre per me). Meno entusiasmo suscita la comparsa di scorpioni, vipere, sciacalli e iene, ma continuo a parlare per me.
E che successe poi, presumibilmente nel pomeriggio del sesto ed ultimo giorno? Successe che "Dio creò l'uomo a sua immagine. A immagine di Dio lo creò. Maschio e femmina li creò... E Dio vide tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono. E fu sera e fu mattino: il sesto giorno".
A questo punto ognuno è ovviamente libero di pensarla come vuole, può credere a questo racconto, può crederci in parte, non crederci per niente. A me, che lo prendo per buono, resta netta l'impressione di un lavoro fatto senza un vero criterio, il cui risultato è sotto gli occhi di tutti: il Mondo è pieno di magagne.
Non si capisce se Dio abbia sottovalutato l'impegno, oppure se, in fondo, non gli importasse più di tanto di fare un Mondo Come Si Deve. E il fatto che ci abbia creato a sua immagine e somiglianza la dice lunga su come doveva trovarsi combinato in quel momento, più che altro per confusione e stanchezza.
Ma c'è un'invenzione che salverei senz'altro (oltre a cani, gatti e cavalli): la fantasia che è in noi, grazie alla quale non ci è impossibile immaginare, sognare, progettare e costruire un Mondo sicuramente migliore di quello che ci è stato destinato.

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