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Lo zoo di Esmeralda

di Maurizio Chierici su Smemoranda 2004 - Che mondo

Com'era dolce il carnevale a Bahia. Ma a San Paolo, capitale delle notizie, ritrovo le voci di guerra. Spengo la televisione, lascio cadere i giornali. L'aria del tropico è un'illusione perduta. Meglio scappare nelle vetrine dei libri per ricominciare a sperare. Trovo Esmeralda, ragazza che ride. Trasmette una felicità che può cambiare i pensieri. "Perché mi è andata bene": insiste la copertina. Davvero, come ha fatto? Ho bisogno di saperlo. E dove trovo Esmeralda? Il commesso non risponde. Scrive l'indirizzo su uno dei foglietti gommati. "La trovi qui". Anche lui nero come Esmeralda. Quando la incontro, ho quasi voglia di scappare. Anche in taxi avevo la stessa voglia sfogliando il suo libro, storie di un'angoscia che per due volte mi fa piegare sull'uomo al volante. Stavo per dirgli: torniano in albergo. Ma in albergo ritrovavo i giornali e la televisione. Meglio rischiare. So che Esmeralda ha 17 anni: c'è scritto nel risvolto di copertina. Ma ne dimostra meno e non si meraviglia di un visitatore sconosciuto. Guarda il libro che tengo in mano: "Vuoi l'autografo?" "Voglio solo sapere chi è la protagonista della brutta storia". Batte la mano sul tavolo come una bambina: "Sono io, chi se no..."
Nella stanza gli altri ci guardano. Le somigliano solo nei jeans e magliette: un po' bianchi, un po' neri, ma immersi nella malinconia di chi sta risolvendo problemi che avviliscono le idee. Esmeralda segue lo sguardo: "Se andassimo a bere qualcosa, parliamo". Io caffè, lei sugo di papaia. E racconta.
Nel libro racconta la sua lunga vita. Non la vuol dimenticare ma a 17 anni scopre qualcosa: si può ripartire con allegria e succede "quando comincio a capire che il mondo mi può offrire almeno due belle cose: la curiosità per realtà sconosciute e un bagno profumato". Il mistero della redenzione si rivela uscendo da una vasca di un centro d'accoglienza per ragazzi randagi: "Adesso sono pulita proprio come le bionde nude appese nelle edicole, o quelle che incontro eleganti, tacchi tic tac sul marciapiede. Non importa se non vestirò come le loro bambole o continuerò a dormire per strada e non sul letto morbido dei palazzi illuminati. Ma quando si accende la curiosità di sapere cosa pensa chi cammina per strada vuol dire che un'altra vita sta per cominciare". Parla così. Mentre dice "tic tac" fa ballare l'indice e il dito medio delle mani per rappresentare i passi delle ragazze dalle sottane strette.
Dopo il sugo, un panino, e dopo il panino mi porta in un altro posto dove la musica non spacca le orecchie come nel primo bar. Continua a parlare. "Raccontare", corregge.
Il nome intero è Esmeralda Carmo Oriz, Esmeralda do Carmo, Esmeralda del convento delle Carmelitane dove la madre l'abbandona appena nata. Mai saputo del padre. E appena comincia a camminare, scappa. Le suore non la rivogliono: una peste. Dorme per strada, non ricorda una vera casa. La madre la costringe alla carità. Voleva soldi per bere e fumare, insomma scaldarsi sui marciapiedi gelati. Una bambina tocca il cuore mentre allunga la mano con la faccia sporca. Per due volte le assistenti sociali la mandano in orfanotrofio "Mi sentivo soffocare, volavo via".
Poi fa da sola, a 12 anni. Magra, capelli crespi, coltello sotto la camicia. A 13 la prima prigione. Tornerà in prigione ventitré volte. "Continuavo a sorridere ma erano sorrisi di pietà per le ragazze e i ragazzi grandi. A 16 anni avevano l'aria mollacciona di chi si accontenta di rubare qualcosa e di tornare a rubare solo quando ha finito i soldi. Sono diventata subito grande, alta come mi vedi. Mi piaceva comandare". Organizza furti, ricatta vecchi bavosi con i quali si lascia andare per i soldi del crack, o voglia di un vestito; soprattutto per dimostrare agli altri di essere una disinvolta senza paura di nessuno. "Dopo, seguivo da lontano il cliente fino a casa. E se la casa era rispettabile lasciavo passare qualche giorno e suonavo il campanello: ‘Sono Esmeralda, la ragazzina dell'altra sera. Mi servono cento real. Se non me li dai li chiedo a tua moglie'. La vita faceva schifo quando non eccitava nuove imprese. E predicavo agli amici: senza avventure pericolose, meglio morire".
Poi incontra per strada persone che la incuriosiscono. Non chiedono e non impongono nulla. Ascoltano le vanterie in silenzio e quando smette di parlare vogliono un'altra storia: "A volte ero a secco di racconti e inventavo, ma mi ingarbugliavo e avevo l'impressione che se ne accorgessero. Poi, una sera, Gilberto dice ‘Vuoi fare la doccia in una casa di accoglienza?' Non sarai un poliziotto... Non aveva la faccia da poliziotto ma mi piaceva dimostrare d'essere di pasta dura. Ormai gli anni erano 15. Dopo la doccia guardo la donna che allunga l'asciugamano. Non dice niente, anche Gilberto sta contando dei fogli come se non fossi lì. Posso fidarmi, pensavo, anche se sembrano strani. E quando mi vien voglia torno per la doccia. Mai domande, niente buoni consigli, ascoltano e basta".
Di racconto in racconto Esmeralda rivela, e contemporaneamente scopre, le ragioni della frenesia che le fanno amare la violenza: sta cercando qualcosa, ma non sa cosa. "Sembri un'attrice...", dice un giorno una delle ragazze che le regalano il sapone della doccia: "È vero, mi è sempre piaciuto fare scene che impressionano i compagni. Mi piacciono anche i colori". Le regalano i colori: "Mi piace ballare. Ballo sempre davanti ai negozi di musica che incontro per strada". Poi le dicono: guarda che il tuo talento è un altro: raccontare. "Vuoi dire che dipingo male e ballo peggio?", rabbiosa, sparisce per un mese ma quando torna alla doccia ha voglia di far sapere cosa le è successo in tutto quel tempo. "Perché non lo scrivi?" "Era la prima richiesta da quando li conoscevo. A chi vuoi interessi la mia vita? Ma mi nascondevo e la volta dopo ho detto la verità. Non ricordo bene cosa ho imparato a scuola. So solo macchiare i muri con brutte parole sui muri, non credo possa bastare. ‘Se vuoi ti insegniamo...' Mi hanno insegnato. Scoprivo nuove parole e mi piacevano. Una sera mentre raccoglievo maglie e giubbetti per andare a dormire fra i banchi del mercato vecchio, un posto dove i vigilantes non uccidono i bambini, senza alzare la testa e continuando a mettere in ordine i suoi fogli, Gilberto mi dice: ‘Se vuoi puoi dormire di là. C'è un letto nuovo'". Ed Esmeralda si ferma: è il primo letto da quando è scappata dall'orfanotrofio.
La vita cambia. Al mattino vuol subito imparare nuove parole. Ricomincia a dipingere adesso che le hanno regalato tempere e pennelli. Passano i giorni, lei resta lì. Non importa uscire: "Avevo paura di innamorarmi un'altra volta della libertà della strada mentre stavo scoprendo un'altra libertà. Fino a pochi mesi prima mi sentivo talmente brava in tutto da annoiarmi se il pericolo non era diverso da quello della sera prima. Mi annoiavo quando rubavo, mi facevo o andavo in giro col crack per soldi. Con i libri in mano stavo, invece, diventando insicura come una bambina ma con un'idea sempre più larga nella testa: dovevo imparare per capire e raccontare".
Con la stessa furia della prima vita, Esmeralda impara a scrivere come le ragazze del liceo. Non smette di riempire fogli con storie di amici: al centro la sua storia. Quando le hanno messo in mano il computer è impazzita. Il primo libro l'ha scritto al computer: "Il primo", ride col terzo panino in mano. "Ne ho in mente tanti". Nel bar entra Gilberto. Non è giovane, ma sembra un prete giovane. Jean stracciati, macchia di caffè sulla maglia. Il nome intero è Gilberto Dimestein, dirige un centro che si chiama Senac, recupero bambini randagi. Fa più o meno la loro vita e loro sentono di potersi fidare. Ha "lucidato" un po' il libro di Esmeralda prima di portarlo a un editore. "Solo un po'..." ed Esmeralda ride.

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