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I rospi degli incroci

di Natalino Balasso su Smemoranda 2004 - Che mondo

Racconto transpolesano 
La statale che dalle brume del veronese scende svogliata e incompleta verso la bassa padana, porta il nome di Transpolesana. Ad alcuni questo nome può suonare roboante, ad altri può ricordare un travestito del Delta del Po. In realtà è una linea che unisce i puntini di un disegno di non facile comprensione. All'altezza di Legnago, in prossimità di uno dei tanti incroci delle vie extracittadine, un rospo si apprestava a uscire dal ciglio per attraversare la strada, seguito dal figlio più giovane. Mille domande rivolgeva al genitore il piccolo batrace:
"Papà, non rischiamo forse che quel camion ci schiacci?"
"Certo figliolo, ma il nostro compito è di attraversare comunque".
Intanto, nella cabina del camion in questione, si parlava un ungherese concitato e si consultava una cartina stradale unta di grasso. Una crocetta su località Cerea indicava la destinazione. Il camion prese una strada molto stretta, che costeggiava un gruppo di alberi e sembrava perdersi nelle campagne circostanti.
"Papà - diceva il piccolo rospo - stiamo attenti a quella bicicletta!"
"In effetti non ha una traiettoria regolare, ma tu sbrigati, che siamo a metà strada".
La bicicletta, color bicicletta vecchia, era inforcata da Rolando Gasparin, un litro e passa di vino in corpo, nella fattispecie un rosso Cabernet col tappo a corona, e una visione della geometria piuttosto approssimativa. Questo almeno per quanto concerneva le linee rette.
"Che mi venga un càncaro se ò mai visto un rospo più grando di quelo lì. Pareva un bestio de l'inferno, e ci andava dietro un rospeto nano!"
Gasparin prese la solita scorciatoia per raggiungere un altro dei suoi bar preferiti, uno di quei bar che non si capisce come riescano a campare, visto il deserto in cui sono stati costruiti. Rolando Gasparin, quasi si scontrò col camion che si era fermato dopo una curva molto stretta. Dal rimorchio stava scendendo una fila di uomini stravolti da un viaggio piuttosto scomodo. Gasparin era caduto a terra, a dieci metri dalla sua bicicletta che aveva continuato il percorso senza il suo padrone, stavolta con andatura più regolare. Uno degli autisti lo prese per le spalle e lo spinse tra gli alberi assieme a un'ottantina di disperati.
"Chi è che siete voi?" - diceva l'etilista. - "Siete in gita? Di indove è che arivate?"
"Tirana" - rispose un tizio che sembrava Ramon Diaz.
"Tirana... Tirana... cos'è, provincia di Vicensa?"
In quel mentre la notte si riempì di luci e rumori di sirene. Tutti scapparono tra gli alberi e si infilarono lungo l'argine, tranne Gasparin che ancora cercava la sua bicicletta.
"Ma indov'è che andate tuti? Ma che gite strane che fano i vicentini!"
Una mano afferrò Gasparin per il braccio, ma stavolta non era l'autista del camion.
"Ostia! I alieni!"
"Macché alieni, siamo carabinieri, dove sono gli altri?"
"Chi, i vicentini?"
Verso l'alba, Rolando Gasparin si trovava in una cella del carcere circondariale di Montorio, l'alcool stava lasciando il suo corpo con la stessa lentezza del carbonio 14. Solo con se stesso, l'uomo parlava a mezza voce:
"Che rassa di tennologia superiore! Nenache una manopola in questa astronave, epure sta girando tuto intorno!"
All'altezza di Legnago intanto, presso uno dei tanti incroci con semaforo, l'uomo che sembrava Ramon Diaz attendeva con pazienza che le macchine si fermassero. L'uomo che sembrava Ramon Diaz era metodico. Si era prefisso per quel giorno due risultati: 1) Pulire i vetri delle auto in modo scrupoloso. 2) Dimenticare di essere stato un noto fotografo.
Poco più in là, il piccolo rospo chiese a suo padre:
"E adesso che siamo arrivati di qua, perché riattraversiamo la strada nell'altro senso?"
"Perché se non lo facciamo il sole non sorge".
"E dobbiamo fare questo per tutta la vita?"
"È il destino di noi rospi degli incroci".
"E perché i veicoli non ci schiacciano?"
"Perché se noi moriamo, il mondo finisce".

Nota: Ramon Diaz, argentino, ha giocato nell'Internazionale Football Club negli anni '90.

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