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Ma il cane sono io?

di Alessandro Robecchi su Smemoranda 2003 - Odi et amo

Se si potesse far pisciare il cane via modem, sapete, io lo farei. È difficile spiegarlo al cane, d’accordo, ma sono certo che un programmino si trova. Magari uno shareware, con due cavetti e un collegamento veloce. Ma niente da fare, il bastardo pulcioso non ci sta: vuole pisciare in modo reale, il virtuale non gli interessa. E così tu sei lì con la notte che diventa mattina presto e daresti una zampa e due scatolette di ciappi per andare a dormire. E invece il pulcioso ti guarda, dondola un po’ la testa e non riesce a tenere dentro la lingua, che gli penzola fuori, ed è come se ti dicesse: “Beh, e io non esco?”. Io lo adoro. Mai una volta, in anni e anni, che si sia rifiutato di venire a fare un giro. Mai che abbia detto “Vai tu, io sto qui e ti aspetto”. Ma mai che mi abbia riportato la pallina, devo dire anche questo. Il suo gioco preferito è che io gli tiro la palla, lui corre dietro alla palla, poi io devo andare a prendere sia il cane che la palla, che si rifiutano di tornare indietro. Se inventassero delle palline boomerang che tornano indietro da sole, forse avrei risolto il problema, ma ho come il sospetto che allora perderebbe interesse per le cose rotonde. Così dopo che ha corso lui corro io per recuperarlo e indurlo alla ragione. Mi sbaglio o gli vedo una luce sadica negli occhi? È una mia sensazione o mi prende in giro? È un cane molto intelligente, sia chiaro. Una volta l’ho portato da un addestratore, ho pagato una cifra colossale e me ne sono andato sicuro che avrei ritrovato il pulcioso educato e furbetto, capace persino di saltare una siepe a comando. Incredibile. Quando sono tornato a riprenderlo, l’addestratore faceva lo slalom tra paletti strettissimi e il cane lo guardava, incoraggiante. Questo per dire: il bastardo ha un carattere forte, l’ho capito la prima volta che mi ha portato un osso.
Naturalmente l’ho preso al canile. Stava all’ergastolo, ma suppongo che fosse innocente. Bene, ho detto, ecco uno che mi sarà grato per tutta la vita, sfruttiamo cinicamente questo vantaggio psicologico, facciamogli capire chi comanda, cominciamo a mettere severissimi divieti. Due ore dopo eravamo sdraiati sul letto, cioè: io ero accucciato ai piedi del letto, e lui si beava del mio cuscino di piume con quell’aria condiscendente che mi manda in bestia. Però, ci tengo a dirlo, non è cattivo. Almeno, finché non cerchi di fargli il bagno. E poi è interessante vedere come possegga un vocabolario tutto suo: “aspettami qui” lui lo traduce con “vieni anche tu”. Per la verità, se ho capito bene, traduce con “vieni anche tu” un sacco di frasi. Quasi tutte a dire il vero. Io lo adoro, anche se certe volte, confesso, lo prenderei a randellate. Come quando fa il timido, per esempio: basta una cagnetta all’altro lato della via, magari a metri e metri di distanza, che quasi io non la vedo, ed ecco che si trasforma in una statua di sale. Né avanti né indietro, fermo come un paracarro. Sono quei momenti che riempiono l’infinito delle nostre vite: quando hai fretta, due borse della spesa, il telefonino che squilla, non trovi le chiavi di casa, e il bastardo si inchioda lì anche per mezz’ora come imbullonato al suolo, e al massimo alza un orecchio come per dire: “beh?”. Lo ucciderei. Per fortuna lo amo molto, anche per le sue doti di attore, come quando ci sono amici e conoscenti che lo accarezzano piano tra le orecchie e mi dicono: “Ma com’è ubbidiente!”. È una mia impressione o mi sembra che stia ghignando? Comunque confesso: non riuscirei a stare senza di lui, questo suo continuo prendersi diritti, conquistarsi spazi, questo suo essere animalescamente egoista me lo rende assolutamente adorabile. Forse, penso, è quello che dovremmo fare noi, più spesso. Essere liberi totalmente. Che pia illusione. Spero solo che non impari a tirare lui la pallina. Perché io, scemo, gliela riporterei di corsa.

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