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Il prato

di Diego Abatantuono su Smemoranda 2003 - Odi et amo

Eravamo bambini di periferia. Siamo cresciuti fuori, all’aperto. Avevamo la fortuna che ancora c’erano i prati. Noi ne avevamo uno davanti a casa. Grande, quadrato, fantastico. Era un campo naturale di calcio. O perlomeno ci sembrava immenso perché eravamo piccoli noi. D’inverno, quando pioveva, si tramutava in lago e quando faceva freddissimo diventava il palazzo del ghiaccio. Quando nevicava, e allora nevicava più di adesso, costruivamo dei tunnel sotto la neve e ci inseguivamo facendoci gli agguati. Oggi ci sarebbe qualche genitore che ce lo vieterebbe. In effetti erano tunnel pericolosi, ma in fondo molto meno di quanto lo furono per alcuni dei miei amici di allora i tunnel a venire… Ma rispetto al grande prato del Giambellino quello che mi è rimasto maggiormente nella memoria sono le primavere e le estati. I grandi alla sera tornavano dal lavoro e c’era la partita di quelli bravi, quelli che allora avevano diciotto anni, diciannove, la serie A del quartiere. C’era gente che giocava davvero bene a pallone. Per noi bambini era un avvenimento. Le porte si mettevano solo quando giocavano loro. Quando arrivavano bisognava lasciargli il campo, non c’era ragione. Ma a noi andava bene perché ci eravamo divertiti tutto il giorno, era arrivato il momento di sognare quello che saremmo diventati. E intanto i compiti? C’era ancora tempo…
Il prato a occhio nudo appariva livellato perfettamente. In realtà racchiudeva un subdolo segreto. I quattro lati declinavano impercettibilmente ma progressivamente verso il centrocampo. Così, centimetro per centimetro, si arrivava a un dislivello, in mezzo, notevole. Risultato: quando pioveva o sgelava si riempiva d’acqua che nel punto più profondo raggiungeva anche un metro e mezzo. Per noi diventava navigabile. Canoe, zattere, voli nell’acqua: col freddo arrivavamo a casa tutti rovinati. Mi venivano i geloni. Entravo in casa, toglievo le scarpe, mi mettevo davanti alla stufa – cazzata immensa – e per venti minuti un dolore! Non si poteva resistere. Tutti i giorni.
Quando venivano ad asfaltare, d’estate, costruivano il cantiere sempre accanto al prato. A me da piccolo, anche adesso veramente, piaceva l’odore del catrame. In quei tempi per asfaltare non avevano i macchinari giganteschi che hanno adesso. Il bitume lo si spargeva per terra con la pala, infine lo si passava col rullo. Avevano dei bidoni sotto i quali accendevano il fuoco per sciogliere il catrame. Me lo ricordo caldo, fumante, sembrava di assistere alla preparazione del croccante sulle bancarelle: lo sdraiavano, era bello anche da vedere. Noi stavamo a guardare per delle ore, poi, verso le sei (naturalmente prima dei compiti), appena andavano via gli operai iniziava l’avventura. Il catrame nel bidone era ormai quasi solidificato di nuovo. Allora accendevamo il fuoco e gli davamo una scaldatina per scioglierlo. Per capire quando era caldo al punto giusto ci buttavamo dentro una lucertola. Quando incominciava a friggere lo prendevamo con un bastone e quando da bollente diventava tiepido lo lavoravamo a mo’ di mazza ferrata, di scure, di martellone: modellavamo un sacco di armi… Potevi fare qualsiasi cosa perché era un materiale ancora duttile, che però nel giro di tre minuti diventava durissimo e rimaneva così.
Alla sera (“Diego! I compiti!”), dopo la partita dei grandi, giocavamo a nasconderci, eravamo un gruppo di bambini – tanti, quaranta, cinquanta, di tutte le età e di tutte le “etnie”: pugliesi, milanesi… basta. C’era la toppa, la tana. Chi stava sotto, da un certo punto in poi, quando incominciava a venire l’ora di tornare a casa, non sapeva mai se c’era ancora qualcuno nascosto o se erano già andati tutti a letto. Oppure se si erano stancati e se ne erano andati da qualche parte per i fatti loro. C’era gente che si nascondeva all’oratorio, gente che andava in piazza Tirana, gente che è rimasta per anni in piazza Tirana, è andata là una volta per nascondersi: hanno aperto una bisca clandestina e non sono più tornati… La famosa bisca di piazza Tirana, dove tutti nel quartiere persero qualcosa.

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