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(pre)Posizioni

di Davide Ferrario su Smemoranda 2008 - On/Off

Quand’ero giovane, nei mitici anni Settanta, essere “off” (“fuori”, “giù”, “lontano da”) non era sinonimo di sfigato. Anzi. C’era il cinema off Hollywood, che era il meglio dei film indipendenti e spesso di Hollywood stessa; c’era l’off Broadway, dove si vedeva il teatro d’avanguardia più interessante. E off-limits indicava un posto sì “sconsigliato” dalle autorità, ma proprio per questo interessante e da non perdere. Insomma “off”, in generale, trasmetteva un’idea di marginalità creativa, libera, piena di sorprese. E però non è che “on” significasse il contrario. Essere “on”, in inglese ma anche in italiano, indicava il far parte di un gruppo, l’essersi “accesi” a una luce universale, quella di un movimento che cambiava il mondo. “Turn me on” o “I will turn you on”, cantavano in tanti...
Guarda te cosa succede alle parole; e guarda anche cosa rivelano di un’epoca. Essere “on” e “off”, oggi, non corrisponde più a niente, se non allo stato di attività del phon o del ferro da stiro. Sono diventate parole pratiche, manuali, da lampadina elettrica. Altri termini le hanno sostituite per descrivere la tua condizione sociale o intellettuale: “in” o “out”. Ed è chiaro cosa queste due parolette significano: essere fuori o dentro una norma di accettazione, conformismo, successo. Insomma, in quei quattro monosillabi c’è tutta la storia di questi trent’anni.
Da questo punto di vista. chi era “off” probabilmente adesso è “out”. Ma anche essere “on” non è più di moda. La condivisione di un’esperienza comune si è trasformata in una complicità da furbetti, quelli che sono “in”(e probabilmente godono del fatto che gli altri sono “out”, perchè così si sentono più fighi). In verità ce n’è anche di quelli che si definiscono “off”, ma solo per sentirsi più “in” – e questi sono i peggiori, e ne sono piene le riviste patinate. Perchè se fai finta di essere “off” puoi diventare “in”, ma se sei davvero “off” sei decisamente “out”.
Comunque sia, da sempre c’è questa necessità di tutti noi di parametrarci a qualche schema. Sembra che non possiamo vivere senza una regola che determini come siamo rispetto alle convenzioni sociali, esattamente come l’interruttore esprime un rapporto di causa-effetto nei confronti dello scaldabagno di casa a seconda della sua posizione. Anche noi tendiamo a essere caldi o freddi, spenti o accesi rispetto al mondo che ci circonda. O meglio, tendevamo a esserlo.
La modernità, nella sua infinita tendenza all’appianamento dei contrasti, si è inventata una terza dimensione che non è più né “on” né “off”: parlo della funzione standby, quell’ibrido per cui una macchina non è spenta, ma non è nemmeno propriamente accesa. Funzione che produce, oltre a un evidente spreco di energia, la costellazione di led verdi e rossi che colora la vostra stanza quando aprite gli occhi durante una notte insonne.
Lo standby, a ben pensarci, esprime al meglio lo spirito dei tempi. Innanzitutto è un’opzione che non serve sostanzialmente a niente, come quasi tutto nella società dei consumi. E poi corrisponde in modo adeguato allo status di gran parte dei contemporanei – che, appunto, non sono praticamente mai “on” o “off”, ma costantemente in una fase di attesa, in una specie di rodaggio perenne, in una sospensione esistenziale infinita, come quei trentenni sottooccupati che ancora stanno con i genitori aspettando di diventare grandi...
Lo standby è un precariato elettrico che trasfigura (in lucetta a bassa intensità – e come altro potrebbe essere?) il precariato delle nostre vite comuni. Noi siamo, nel senso più profondo, una società in standby. Non vi sentite anche voi sempre in attesa di qualcosa? Un’occasione, un’offerta di lavoro, un fidanzato/a, una vincita al lotto? Per continuare con la metafora idraulica, siamo dei boiler che non sono mai veramente “on”, caldi da bel bagno fumante; ma nemmeno inesorabilmente “off”, spenti e freddi. Siamo tiepidini, incerti tra il caldo e il freddo, trepidanti per la fiamma che può finalmente accenderci, ma anche soddisfatti (con una certa consolazione) a non essere del tutto gelidi e morti.
Ci si può passare una vita così, in standby. Finchè arriva il nuovo modello di scaldabagno e ti ritrovi alla discarica senza essere mai stato né “on” né “off”.

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