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Quindici minuti

di Gialappa's band su Smemoranda 2003 - Odi et amo

Milano, 20 febbraio 2002,*

Come ogni anno, ci troviamo intorno a un tavolo per scrivere il pezzo per la Smemo (“Che siano almeno due cartelle!” ci ricorda quotidianamente da quindici giorni Cosima, solerte, per non dire cagacazzi, segretaria di Smemoranda) e, come ogni anno, non abbiamo uno straccio di idea comica che ci solletichi la fantasia. C’è da dire, a parziale nostra scusante, che non sapendo noi il latino, abbiamo delle grosse difficoltà nel capire il significato del tema di quest’anno: “odi et amo”. Cosa vorrà mai dire? Mah. Dopo esserci scervellati invano per almeno quindici minuti, decidiamo di scrivere un pezzo su un qualsiasi altro argomento. Dopo altri quindici minuti ci rendiamo conto che non abbiamo un altro argomento su cui scrivere e decidiamo di tornare al tema di partenza. Abbiamo un’illuminazione! Forse il significato di “odi et amo” è “odio e amo”: in quindici secondi i pochi neuroni dei nostri cervelli iniziano a girare vorticosamente alla ricerca di spunti umoristici. Dopo quindici minuti arriva l’altra illuminazione: il tema di quest’anno è una micidiale cagata! Immediatamente decidiamo di scrivere un pezzo sulla difficoltà di scrivere un pezzo per Smemoranda, ma dopo quindici minuti ci viene in mente che l’ha già fatto Bisio nella Smemo di due anni fa (e non è che fosse poi questo gran capolavoro) e abbandoniamo l’idea. Passano altri quindici minuti e spunta un’altra affascinante ipotesi: perché non riciclare un pezzo scritto con la mano sinistra per qualche giornale di bassa lega e che oltretutto ci hanno pagato a peso d’oro? Per due semplici motivi 1) Lo fanno già ogni anno Gino&Michele 2) Nessun giornale ci ha mai pagato a peso d’oro un pezzo. Dopo altri quindici ci viene in mente un dubbio amletico: perché ogni anno ci ritroviamo intorno a un tavolo a scervellarci per scrivere per un’agenda che neanche usiamo? Dopo altri quindici estenuanti minuti ci sovviene (termine desueto, lo sappiamo, ma abbiamo esaurito i sinonimi di “ci rendiamo conto”) la risposta: per il prestigioso ed esclusivo regalo che viene dato ai collaboratori pur di non pagarli adeguatamente. L’anno scorso, ad esempio, a chi ha scritto per la Smemo è stato regalato un meraviglioso orologio di un’oscura marca pseudosvizzera dal peso di due chili e mezzo e dall’estetica accattivante come una Trabant e, come se non bastasse, personalizzato ad hoc con il logo di Smemoranda disegnato con la biro dalla figlia novenne di Nico Colonna. Fantasticando su quale sarà il regalo di quest’anno (si vocifera di uno stendibiancheria di ghisa dello stesso sorprendente colore dell’agenda) ci rimettiamo al lavoro attorno al tavolo, ma dopo novecento secondi (che poi sarebbero quindici minuti, ma che volete, ogni tanto ci piace cambiare) scopriamo un particolare agghiacciante: nel nostro ufficio non c’è nemmeno l’ombra di un tavolo! A questo punto, scoraggiati, decidiamo di abbandonare l’impresa, come suggerisce Carlo con un invito perentorio alla serietà mentre si dirige accigliato e gonfio d’aria verso la toilette. Ma dopo quindici minuti abbiamo un lampo di genio (forse l’unico della nostra carriera): mancano due righe a completare la seconda cartella, per cui basta fare dei saluti un po’ lunghi e siamo a posto, il pezzo è fatto. Per cui: distinti saluti, baci e abbracci, in attesa di un vostro cortese riscontro, arrivederci all’anno prossimo. In fede. Gialappa’s band.

*L’unica cosa eccezionale di questo pezzo è la data (20-02-2002): qualora non ve ne foste accorti è palindroma!

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