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Il bello è prima

di Gianni Mura su Smemoranda 2003 - Odi et amo

Amo il calcio e odio il calcio. Detto così è poco chiaro. Preciso di non aver mai letto Catullo: sono un calciatore professionista. Detto così mi fa schifo. Sono un giocatore di calcio e tutti (allenatore, dirigenti, compagni) mi dicono che sono poco professionista. Io non mi offendo perché è vero: ci metto il massimo impegno per non esserlo. Ce lo mettessi per esserlo, andrei in nazionale, che è il sogno di tutti. Ma non il mio.
Amo il calcio come gioco e odio il calcio come professione. Amo il pallone quando rimbalza, quando lo accarezzo, quando lo spedisco da un lato all’altro del campo come fosse una raccomandata. Odio gli schemi, gli allenamenti, gli allenatori (molti, non tutti), la divisa sociale, i presidenti, i direttori sportivi, il tuttiinpullman. 
Se potessi andrei allo stadio in autostop, il giorno della partita. Un sacco in mano con dentro le scarpe, la maglia, le braghette, i calzettoni, i parastinchi (anche se non li uso). Una testa con dentro l’idea che mi diverto solo se si diverte la gente. Il gol è niente, quello che viene prima del gol è tutto. Ve lo dice uno che ha giocato seconda punta o trequartista. Il bello è prima. La finta, il dribbling, il colpo a sorpresa: quello è il gioco, il bello del gioco. È lì che ci si misura. Di buttare un pallone in una porta larga più di sette metri è capace anche un bambino. A 20, a 30 anni non ho cambiato idea. Ci hanno provato in tanti a farmela cambiare.
In un periodo della mia vita (non voglio dire carriera, non so cosa sia una carriera) ho conosciuto un poeta. Per gli altri era un cantautore. 
Ubriaco spesso, disperato quasi sempre. Uno di Livorno. Cantava a Roma. Io giocavo a Napoli. Cominciava a cantare alle undici. A mezzanotte, nei piano bar, nei locali di cabaret. E io ogni sera andavo a sentirlo cantare, e poi tiravamo l’alba, tornavo a Napoli per gli allenamenti, non sempre lucido, ma molto felice perché non solo avevo conosciuto un poeta vero ma ero diventato suo amico. Talmente amico che quando stava per morire è venuto qualche settimana a casa mia, perché voleva silenzio.
Un gran baccano, a Napoli, il giorno che ho stoppato il pallone, cerchio centrocampo, ci sono salito sopra e ho fatto il saluto militare alla tribuna. Rideva anche l’arbitro. Un’altra volta, a Vicenza (mi chiamavano “el mato” e non mi dispiaceva) l’ultima di campionato era con la Cremonese e tutti eravamo d’accordo per il pari, che serviva a noi e a loro, lo sapevano anche le bandierine del corner. Ma la gente fischiava, non era contenta. Così a un certo punto ho preso la palla in zona d’attacco e mi sono girato verso la mia porta, ho dribblato metà della mia squadra (varda el mato, vardalo) e ho messo col culo per terra anche il portiere e arrivato alla mia porta ho fatto finta di tirarci dentro e poi sono ripartito in avanti dribblando mezza Cremonese e mi sono fermato quando ho visto correre infermieri su in tribuna e poi mi hanno detto che un tifoso del Vicenza era morto d’infarto.
Mi è dispiaciuto, non lo avevo previsto. Volevo solo divertire. Avevo previsto che nel grande calcio non ci sarebbe stato posto per me. Giusto. Regolare. Se il calcio mi faceva schifo trent’anni fa, pensate adesso. Lo odio più di prima. Ma più di prima voglio insegnare ai ragazzini a divertirsi, perché il calcio è un gioco e devono giocare tutti, anche i più scarsi. Sul campetto dove alleno ho fatto mettere un cartello: “vietato l’ingresso ai genitori”. Sogno di allenare una squadra di orfani, di non inquinati, di non condannati a portare il peso di aspettative paterne e materne. Insegno l’allegria di stare insieme, tutto qui.

Nda: tutti gli episodi sono rigorosamente veri. La squadra giovanile in questione, in un paese della bassa friulana, al momento in cui scrivo ha giocato 14 partite e ne ha vinte 14. I nomi non hanno importanza.

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