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Rien ne va plus

di Luciana Littizzetto su Smemoranda 2008 - On/Off

Quarto piano, porta a destra. Suonare Littizzetto. Così c’è scritto sul citofono. Al diavolo tutte queste storie sulla privacy. Un buon cinque minuti per accedere al pianerottolo. Si sa… le vecchie case… i vecchi androni… i vecchi ascensori soprattutto, che i vecchi inquilini non vogliono mai far riparare. Ecco. Schiaccio il pulsante d’ottone e risalgo lentamente. Mooolto lentamente… È vecchio pure lui, imprigionato nella sua gabbia di ferro. Dovrebbe andare in pensione il mio ascensore, invece continua a lavorare. Resiste. Si è adattato alle tendenze correnti. Solo ogni tanto si blocca. È per prendere fiato… lo capisco. Dentro ci tiene pure una panchina, di legno scuro, provvida quando le borse della spesa spezzano le braccia. Arrivata. Ecco fatto. Chiudo dolcemente perché poi il vicino si lamenta del baccano. È un condominio silenzioso questo. Si dorme la mattina, si pisola il pomeriggio, si va a letto presto la sera… Una vecchia casa piemontese. Quieta. Di quelle dove all’una precisa si diffonde già per le scale l’aroma del caffè del dopopranzo. Mi tranquillizza l’odore delle case. È l’odore che fa la casa. Il profumino d’arrosto la domenica, i minestroni dell’inverno, le peperonate dell’estate, i bucati di un giorno sì e uno no. Perfino il tanfo pesante del cavolfiore bollito dell’inquilina di sotto. Sono segnali. Avvisi di presenze. Di compagnie. Apro la porta e la controporta… le vecchie case si difendono meglio. Apro. Ecco. ON. La mia casa. Anzi. Il mio alloggio, come si dice dalle nostre parti. Con la sua luce. Difficile trovarne uno uguale. Questa casa l’avevo scelta perché mi piacciono i tetti. Adoro stare in alto. Vado pazza per i nidi. Guardare dall’alto in basso. Non mi capita mai. Sarà per via della mia statura. Non morale… fisica… ça va sans dire. Di qua posso controllare tutto. La quantità di neve sui coppi, la pioggia nelle gronde, la violenza del vento che piega le antenne. E poi lassù, sulla sinistra, quella finestra di fronte. Mai saputo chi ci abita. Non credo Raul Bova ma sono sicura che è un mio amico. Un nottambulo come me. Quando facevo tardi la sera guardavo dalla sua parte. Se c’era ancora la luce accesa mi consolavo. Non sono sola… C’è lui… pensavo… Siamo io e lui nel buio della strada a fare da sentinella alla notte. Tric… tac… truc… gnec… Normale. Non c’è da spaventarsi. La mia casa parla. Ha sempre avuto un sacco di cose da dire. Ricordi, memorie. È vecchia. Forse sospira. Fric… troc… sdeng… gnau… Si lamenta. Avrà i reumatismi pure lei. I dolori che fanno scricchiolare le fondamenta e il soffitto. Una bizzarra forma di osteoporosi edile. Oppure è popolata di fate un po’ anziane, che sbattono contro le mensole e gli infissi delle finestre. Anche il mio appartamento ha il suo odore. Inconfondibile. Di pane. Soprattutto la mattina, quando batte il sole. Sembra quasi che lieviti. Si gonfi di luce. Ecco. La mia è stata una casa di luce. Di illuminazioni. Di squarci. Di sereno. Una casa che mi ha anche portato molta fortuna. Le sono grata. Mi ha regalato la pace che serve per scrivere. L’accoglienza che si riserva agli amici cari. L’allegria che hanno tutte le case piene di sole. La voglio salutare, ma senza nostalgia. È tempo di fare le valigie e di andare. Altro giro, altra corsa. Si chiude un pezzo di vita. Rien ne va plus. Una pezzo di bella vita. E se ne riapre un altro. È un gran privilegio poter cambiare casa senza che nessuno te lo imponga. Chi può permettersi di farlo, lo faccia. È un po’ faticoso all’inizio, perdi un filo la trebisonda, un po’ ti smarrisci, ti ritrovi a far come i cani quando non riconoscono la cuccia. Ti giri e ti rigiri su te stesso perché non riconosci i tuoi odori. Ma poi pian pianino ti acquieti. E riparti. Ecco. Vorrei che da questo capolinea potessero ripartire con allegria quelli che in questa casa ci abiteranno per un po’. Auguro loro la buona sorte. Gli squarci e la luce che hanno rischiarato me. È proprio tempo di andare. Spengo la luce. OFF.

P.S. Un mio amico, violentemente esondato nel cervello, mi ha confessato di non riuscire mai a memorizzare il senso di ON e OFF per accendere e spegnere gli elettrodomestici. Però per fortuna da genio qual è proprio qualche giorno fa ha trovato la soluzione. Mi ha detto. “Così faccio. Penso: ONNIZIATO. OFFINITO. Capito? ON niziato. OFF finito”. Chiarissimo. Ahi. Che fitta di dolore.

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