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Un punto nel muro

di Gioele Dix su Smemoranda 2003 - Odi et amo

Odio e amo. Anzi: odio, ma amo.
Devo scrivere, e penso fissando un punto nel muro.
Proprio in quel punto del muro, quasi attaccati, ci sono un piccolo sbaffo nero e un piccolo buco, ricordi di due incidenti lontani. Imperfezioni. Il piccolo buco. Una sera, tempo fa, volevo appendere il quadro di un artista e amico, mi piacciono i quadri (solo di artisti amici, amo la pittura ma odio il mercato); amo pensare e ripensare alla possibile collocazione di un quadro, valutarne l’impatto, l’influsso su chi lo guarderà attentamente facendosene un’opinione, o su chi invece lo vedrà e basta, senza azzardare giudizi, insomma, amo l’azione non banale di appendere un quadro, ma odio la reazione criminale del muro che, proprio nel punto in cui tu SENTI che il quadro DEVE stare, si sbriciola appena martelli sul chiodo. Oggettivamente, si trattava del tipico caso nel quale ci vuole il tassello: il muro friabile, inutile insistere, stupido accanirsi, i chiodi non si inchiodano e il buco si allarga sempre più. Ma io ho sempre odiato il tassello, perché il tassello vuole il trapano e io il trapano non l’ho mai avuto, il trapano non lo voglio, non so nemmeno dove metterlo, c’è gente che ama il fai-da-te, invece io odio doverlo-fare-io.
Avrei dovuto uscire sul pianerottolo e chiedere alla mia vicina di mandarmi il figlio col trapano (quello intelligente) (non il trapano, il figlio) (perché la mia vicina ha anche un altro figlio) (non che sia scemo, anzi, è uno colto, è un grande appassionato di cinema, però non sa usare il trapano, ma si intrufola sempre per parlare di cinema, lui ama i film sulla mafia e io li odio). Le conseguenze sarebbero state disastrose. La signora Rocchi, la mia vicina, si sarebbe lei intrufolata a fianco del figlio trapanatore e non me la sarei tolta più di torno per tutta la sera, perché lei pure è appassionata di cinema, ma anche di teatro, ama gli attori, ma odia farsi gli affari suoi, mi avrebbe subissato di domande personali. La soluzione fu: quadro appoggiato a terra, in perfetto stile minimalista-precario molto in voga a New York (io odio il trend newyorkese, ma l’alibi culturale ha funzionato) e buco nel muro coperto in qualche modo con adesivo nerazzurro regalato da gestore di autogrill (odio abbastanza il kitch-pop, ma in compenso amo da sempre la mia squadra, l’Inter).
Anche se si trattò di soluzione precaria, perché l’adesivo aderì per qualche giorno, ma poi – come dire – si dissociò, insomma non aderì più, che per un adesivo non è cosa da poco. E così il buco tornò a essere nudo. Ma solo. Sempre meno palese. 
Consuetudinario. E infine dimenticato. Fino a quella notte d’agosto…
Già, il piccolo sbaffo nero. Amo le notti d’estate, ma odio le zanzare. E odio anche la violenza. Ma amo fare secche le zanzare. Saranno anche creature di Dio, ma se una di loro viene nel dormiveglia a ronzarmi nell’orecchio, io divento furioso, salto in piedi sul letto e, ad altezza lampadario, scruto le pareti e il soffitto in attesa di vederla fluttuare. Sapevo che sarebbe stata una lunga guerra di nervi fra noi, che più volte lei sarebbe comparsa e scomparsa dal mio campo visivo, senza neppure darmi il tempo di localizzarla; e che altrettante volte avrebbe scansato il mio colpo, tonica ai massimi livelli. Ma il momento, alla fine, è arrivato: eccolo il colpo giusto, ben assestato, preciso e deciso, tonico ai massimi livelli. Non lo nego: ho amato quel colpo, ma odio il segno della scarpata che è rimasto sul muro, quel piccolo sbaffo nero. E odio che il segno sia finito così vicino al buco. Sì, quel buco nel muro al quale non facevo più caso, ora non si può non notare per via della pedata assassina. Si danno evidenza l’un l’altro, si chiamano, si mettono in mostra: dalla porta, dal corridoio, forse persino dalla porta d’ingresso li percepisci, li senti li vedi, eccoli, lo sbaffo e il buco, non ci sono che loro.
Imperfezioni vitali. Pazienza.
Ma ora basta divagare, basta fissare punti nel muro. 
Devo scrivere.

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