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Maledetta colonia

di Guido Piccoli su Smemoranda 2003 - Odi et amo

Ai tempi di Faccetta nera, bella abissina, l’Italia aveva le sue colonie nella parte più sfigata dell’Africa, in basso a destra. Poi s’invertì il flusso: gli italiani smisero di cercarsi un posto al sole e cominciarono a godere di un bel servizio a domicilio, coi negher di varie tonalità a far da lavapiatti e lavavetri, a spaccarsi la schiena raccogliendo pomodori al sud e a bruciarsi i polmoni in fonderia al nord. Aveva una colonia nella bassa costiera romagnola anche la fabbrica dove mio papà faceva l’operaio specializzato, qualifica che adesso - a pochi decenni di distanza - ricorda un po’ il palafreniere o l’amanuense. E in colonia ci mandava, ogni estate, il figlioletto. Per fargli respirare lo iodio. E magari anche per toglierselo un mesetto dalle balle. Per il proletariato era una conquista, costata chissà quanti scioperi. Per la prole, o almeno per me, un incubo. 
Tanto amavo il cinema quanto odiavo la colonia.
Il primo, continuamente promesso, si riduceva con mia grande delusione al “cinema Bianchini, sotto le lenzuola e sopra i cuscini”. Della colonia, invece, non si parlava mai. Neppure per farmi star buono o farmi fare i compiti: per questo vennero usati prima il "bau-bau", e poi – in successione- la cena senza frutta, la distruzione delle figurine e una visita della signora Cristetti, una specie di medium che abitava all’ultimo piano e che, quando scendeva le scale, faceva con i tacchi un concerto sinistro. 
Lo spauracchio della colonia non veniva utilizzato, perché era l’unico ad essere attuato sul serio, senza se e ma e senza pietà, nonostante non mi rassegnassi mai, lottando ogni anno disperatamente, a lungo e senza alcun pudore. Cominciavo boicottando la visita medica di prammatica, che prevedeva la schermografia ai polmoni: piazzato in canottiera sulla gogna del radiologo mi muovevo puntualmente quando mi ordinavano di stare “fermo così!”, con l’unico effetto di beccarmi altre radiazioni.
Quando finiva la scuola entravo in paranoia, come un agnello durante la Quaresima. La situazione precipitava la sera in cui, a giugno avanzato, papà portava a casa l’uniforme della colonia, consistente in un pantaloncino blu con bretelle, una maglietta a strisce e un cappellino, con su scritto il nome della fabbrica. Ci mancava solo la palla di ferro con catene.
Era l’inizio della battaglia finale. Sparavo le ultime cartucce: urla, pianti, minacce di suicidi, silenzi stampa, scioperi della fame e del sapone. Un anno arrivai, la mattina della partenza, ad attaccarmi, come Batman alle molle del lettone di mamma e papà. Per stanarmi, dopo avere fallito coi manici di scopa, i miei dovettero alzare il letto di peso. Non mi piaceva niente dell’odiata colonia. Ricordo la promiscuità del dormitorio, i cessi senza tazza, le mosche nel brodo, le penose uscite per la cittadina assolata in fila per due, mano nella mano, il pisolino pomeridiano obbligatorio, il magone della cena, la ritirata nei letti a castello agli orari delle galline, la mancanza della mamma. E poi il tempo della spiaggia, con gli stupidissimi giochi di sabbia, il bagno a turno, gli schizzi d’acqua fredda, le scottature sulle spalle. Chissà perché pensavo che casa e mamma fossero oltre l’orizzonte marino. Fu certamente per questo che un giorno superai la cordicella rossa, eludendo il controllo delle signorine vigilanti. E fu di sicuro per far riflettere il proletariato sulla bontà delle sue conquiste che poco più avanti mi feci sopraffare da un’onda, che probabilmente mi arrivava, sì e no, al petto.
Annaspai, bevvi dal naso, prima di essere salvato da una proletaria vigilante, più preoccupata di perdere il posto che di perdere un piccolo rompiballe. 
Lo ricordo quest’anno perché da allora amo e odio il mare, sulla cui superficie riesco a malapena a galleggiare. Sono messo male e un po’ me ne vergogno. Ma da quel che ne so il proletariato, con le sue conquiste, sta ancora peggio. E non se ne vergogna nessuno.

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