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Lacrime e sorrisi

di Lella Costa su Smemoranda 2003 - Odi et amo

Nonostante si ritenga universalmente che l’ambiguità sentimentale, di cui il verso poetico "odi et amo" è da sempre considerato sintesi e manifesto inarrivabile, riguardi prevalentemente, se non esclusivamente, la sfera delle relazioni amorose classiche (uomo-donna,uomo-uomo, donna-donna, Fede-Berlusconi eccetera) studi recenti e attendibili hanno invece individuato in un’altra modalità affettiva il paradigma attraverso cui si realizza al meglio il celebre ossimoro catulliano: quella del rapporto madre/figlio. Laddove per "figlio" si intendono tutte le creature generate, senza distinzioni di sesso e/o genere; mentre per "madre" si intende proprio la genitrice femmina, la classica "mamma" (in inglese "mummy", curioso vocabolo che significa - absit iniuria verbis - anche "mummia"). Per quanto riguarda invece la figura paterna, pur ampiamente rivalutata in tempi recenti, gli studiosi non ritengono vi sia ancora materiale sufficiente per trarne considerazioni statisticamente significative: per dirla con le parole rozze ma espressive di una delle madri intervistate, "la paternità consapevole è come l’esistenza degli UFO: tutti ne parlano, ma mancano le prove".

Ma torniamo al tema della nostra ricerca, che è incentrata - non dimentichiamolo - sull’ambivalenza della relazione affettiva tra madre e figlio. Per molti decenni, forse secoli, l’univocità (e talvolta anche l’unilateralità, purtroppo) dell’amore materno è stata data ampiamente per scontata: le mamme - tutte le mamme - amano i loro bambini (delle mummie si sa poco, ma pazienza). È l’assioma su cui si è costruita la famiglia, che come ben sappiamo è il nucleo principale di gran parte del mondo occidentale (che è anche l’unico di cui ci freghi qualcosa, dopotutto).

Ma analizzando più da vicino, e soprattutto con mente aperta e scientifica (aggettivi ahimè assai poco frequentati dal genere femminile, soprattutto nella sottospecie delle fattrici, o "mamme" che dir si voglia), le modalità di questa relazione, ci si è resi conto che sotto la superficiale apparenza idilliaca covano tensioni e conflitti di inaudita intensità, tali da portarci, oggi, ad affermare serenamente che le madri amano, certo, ma contemporaneamente odiano le loro creature. Perché lo facciano, non sta ai poeti spiegarlo (infatti non ne sono capaci, come ben denuncia il disarmante "nescio" dell’ipercitato verso catulliano), ma alla scienza.

Osservando i comportamenti materni in diverse fasi della crescita dei figli, si è osservato, per esempio - e non senza un qualche sbalordimento - che l’ambivalenza è presente fin dalle primissime giornate di vita del neonato. Madri in apparenza prodighe di attenzioni e coccole sono state scoperte a digrignare furiosamente i denti e a spingere con vigore eccessivo la culla in ore comprese tra la mezzanotte e le cinque del mattino, e interrogate in merito non hanno saputo fare altro che balbettare frasi sconnesse tipo "Sono 32 notti che non dormo per più di sette minuti filati". Il ricercatore si è trattenuto a fatica dal commentare, come avrebbe avuto la legittima tentazione di fare, "potevi pensarci prima", oppure "te la sei voluta tu". A tali sacrifici si è costretti, in nome della neutralità della scienza.

Le cose non migliorano affatto quando si tratta del nutrimento, che secondo l’iconografia classica è uno degli atti attraverso cui meglio si realizza la vocazione materna. Molte genitrici, che pure si dichiarano appassionate sostenitrici dell’allattamento al seno, hanno reazioni che non è improprio definire isteriche solo perché l’indifeso neonato manifesta - urlando, come gli è proprio - il bisogno di essere ulteriormente saziato. "Non ce la faccio! é la tredicesima poppata e sono le due del pomeriggio!"

E con questa giustificazione che gronda egoismo e insensibilità, la madre si rifugia in un pianto assai più sgradevole di quello del figliolo, oppure nella classica invocazione: "Ah,le ragadi!" - divinità mitologiche nemiche dell’allattamento, che si manifestano, secondo la perversa immaginazione delle puerpere, attraverso presunte piaghe nella zona perialveolare (volgarmente, i capezzoli). A tanto può spingersi la distorta fantasia femminile, pur di negare la propria evidente inadeguatezza. Le cose non migliorano quando si passa alle prime pappe ("Non ne posso più di crema di riso nei capelli!" osano starnazzare le frivole irresponsabili, evidentemente più preoccupate del proprio aspetto fisico che della crescita delle giovani vite a loro affidate).

E che dire delle varie tappe fondamentali attraverso cui il bambino dovrebbe via via acquisire e affermare la propria autonomia? Di quelle sceneggiate a base di lacrime e sorrisi ogni volta che il pargolo affronta una "prima volta"? Che si tratti del primo giorno di asilo o di scuola, del primo brutto voto, del primo piercing, del primo incidente col motorino, della prima occupazione del liceo, del primo rapporto sessuale nel letto dei genitori, della prima falsificazione di un esame universitario le madri sono incapaci di coerenza: abbracciano e strepitano, condannano e assolvono, chiedono ma non ascoltano, analizzano e sintetizzano, piangono e ridono e si avviliscono e si inorgogliscono e alla fine di questo ignobile campionario di contraddizioni, immancabilmente concludono: "...Perché io sono tua madre, e anche se in questo momento ti strozzerei ti voglio bene, e te ne vorrò per tutta la vita!"
No, la scienza non può essere complice di tanta scelleratezza. Ciò che vale per i poeti non può valere per chi difende strenuamente l’obiettività e la neutralità dei dati statistici. Se le madri sono incapaci di coerenza, che venga loro sottratta ogni forma di potestà sui figli. Altrimenti si adeguino, e imparino a scegliere: o amore, o odio.
In fondo, la signora Brichetto Moratti ha già palesemente optato per la seconda ipotesi: basterà seguire il suo esempio.

La scienza garantisce che i risultati non si faranno attendere.

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