I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi e a renderli il più possibile efficienti e semplici da utilizzare. Utilizzando tali servizi e navigando i nostri siti, accetti implicitamente il nostro utilizzo dei cookie. Per maggiori informazioni sui dati registrati dai cookie, si prega di consultare la nostra Cookie Policy.

Accetto

oggi voglio

login

Straniera in patria

di Margherita Giacobino su Smemoranda 2003 - Odi et amo

L’Italia sì che è un paese cristiano. No, non per via del Vaticano. Perché sa amare incondizionatamente. Senza giudicare e senza cercare di cambiare l’oggetto del suo amore. Basta guardare le donne di mafia, che amano i loro uomini così come sono, mica cercano di fargli commettere meno omicidi; le mamme italiane, che amano i figli come li hanno fatti, e non gli passa neanche per la testa di educarli; e gli italiani in massa, che continuano ad amare e perdonare i loro governanti anche quando si scopre che hanno rubacchiato e commesso qualche reato da niente; anzi, in quel caso li amano di più, perché da noi il precetto evangelico di assolvere, condonare e insabbiare 70 volte 7 è già realtà, per non parlare del ladrone che siederà alla destra del padre, o del padrino, a seconda delle usanze regionali.
Io invece sono una di quelle persone sgradevoli e maniacali che quando amano vorrebbero che l’oggetto del loro amore fosse perfetto. È per questo che i miei sentimenti verso la mia madreterra, o terra matrigna, sono sovente ambigui e tormentati.
Per gli stranieri è facile amare l’Italia. Loro alla fine delle vacanze tornano a casa. Per loro è tutto folklore, dall’inquinamento acustico ai formaggi tipici, dai palazzi abusivi direttamente sulla spiaggia alle grigliate di scampi. Com’è romantico l’odore dell’autostrada a ferragosto, una miscela inebriante di benzina, asfalto bollente, copertoni scoppiati e boschi in fiamme! E in lontananza, il canto delle sirene. Quelle delle ambulanze e della polizia stradale. 
Com’è esotico, per uno che vive a Toronto o a Tokio, passare una notte di capodanno a Napoli! Tra botti, petardi e brandelli umani ti sembra di essere a Kabul ma almeno il popolo partenopeo, più civile, non spara sulla croce rossa che va a prelevare i feriti. Ma io resto qui. Io con l’Italia ci devo convivere. Devo vedermela con i suoi folkloristici governi e la sua burocrazia doc, per non parlare dei deliri di chiunque sieda su una sedia altolocata, gestatoria o meno.
C’è di buono che gli altri paesi non sono meglio, e col tempo te ne rendi conto. Anzi, è proprio all’estero che ho imparato ad apprezzare l’Italia. A volte basta un episodio da niente per farti capire tante cose.
Tipo quel giorno ad Amsterdam che ho letto negli occhi di un locale l’incommensurabile disprezzo che un appartenente a una razza evoluta, civile, nordica, prova verso le creature primitive e chiassose del Sud. Era rivolto a me e a un paio di amiche, colpevoli di aver parlato animatamente ad alta voce, anziché bisbigliare. Era mezzogiorno, eravamo in un giardino pubblico frequentato, a parte noi e lui, da alcuni piccioni che non sembravano affatto disturbati. Di colpo ho amato l’Italia caciarona che odio, l’Italia dei motorini truccati e dei ballatoi vociferanti. L’Italia delle mie dirimpettaie nigeriane che ogni tanto, prese da incoercibile joie de vivre, mettono su un pezzo afrocubano con le percussioni che ti staccano i quadri dal muro, e la sera, nell’ora che volge al desio, si sporgono dalla finestra brandendo i cellulari e chiamano casa, con i loro dieci decibel di voce possente, rauca e stupendamente espressiva nel turpiloquio.
Di colpo, mi sono sentita un po’ di quella voce, un po’ di quei ritmi nel sangue. Nello sguardo dell’uomo di Amsterdam ho scoperto che siamo parenti, le nigeriane e io. Veniamo dal Sud. Ho capito che Nord e Sud sono concetti relativi, dipende da dove tiri la riga.
Un altro istante di rivelazione l’ho avuto in Canada, quando, in uno scosceso e pittoresco paesaggio giurassico, al calar del sole mi sono ritrovata preda di un interno dilemma davanti all’unico ristorante, definito da un’insegna al neon vasta tre ettari Family Restaurant. Entrare o non entrare? io per principio diffido di tutto quello che reca la parola ‘famiglia’ nel titolo, ma d’altra parte ho sempre mantenuto un atteggiamento di ferma condanna verso quegli italiani all’estero che dopo 24 ore di astinenza dagli spaghetti devono essere ricoverati in unità intensiva. Dopo una breve battaglia, ha vinto la fame e sono entrata.
E sono stata punita. Di fronte a un filetto di pesce sepolto nella pastella come un morto di ‘ndrangheta nel cemento e a una salsa tartara servita ancora dentro il pratico contenitore in plastica, ho reso un reverente e nostalgico omaggio alla cucina mediterranea. E, cosa più importante, mi sono detta che, qualunque orrore venga commesso in Italia in nome della famiglia, a questo non ci siamo ancora arrivati.
Ma quanto resisterà questo ultimo baluardo? I giovani italiani di domani, cresciuti a McDonald’s e ‘quattro salti in padella’, privi di quelle madeleine del ricordo che per la mia generazione sono le orecchiette con le cime di rapa e gli gnocchi al castelmagno, si troveranno a casa loro da Cinisello a Singapore e forse non sapranno nemmeno che, agli albori del terzo millennio, esisteva ancora un’Italia da amare e da odiare.

Advertisement