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L'Italia

di Marina Terragni su Smemoranda 2003 - Odi et amo

Ragazzi, ragazze, studenti e studentesse, ci ho pensato: è l’Italia che odio e amo. E sottolineo: "amo". Non sarà mai un paese del tutto normale, come sperano taluni. E questo è un problema e anche una risorsa, cari ragazzi e ragazze. Di questa nostra anomalia bisogna tenere conto.
"In Danimarca…" -quante volte avete sentito storie così, poetiche e giuste come fiabe di Andersen?- e dunque: "In Danimarca un ministro è andato in prigione per aver buttato una cartaccia! È stato messo alla gogna per aver detto ‘scemo’ a un cigno del laghetto". E noi tutti: "Sì, sì! Viva la Danimarca! Lì sì che sono normali. Bel paese, quello. Non come da noi, dove i piccioni non sono rispettati, dove le strade sembrano cacatoi!". E via dicendo: "Perché l’Italia… Perché noi italiani… Non sappiamo fare la coda! È il paese dei furbi!". I quali furbi sono sempre gli altri, e anche i ladri, gli imbroglioni, gli insozzatori di marciapiedi, i fetentoni, gli evasori fiscali, i raccomandati, i lavativi. Mai noi.
Guarda guarda che cosa scrivono di noi gli inglesi: quel fondo dell’Observer, la prima pagina del Daily Mirror. Ah-ah!, che humour! I nostri presidenti del Consiglio come Pulcinella! Il nostro paese a forma di lupara! Uh-uh! Che ridere! E il familismo amorale? Bravi, bravi! Siamo proprio così! Con una pizza in testa, il pomodoro che ci cola sulla fronte, la P38 da una parte, il mandolino dall’altra, le donne coi baffi e sempre incinte, che tirano la pasta e non si depilano le ascelle. Ih-ih! Che bravi invece loro, gli inglesi e i danesi e gli svedesi, e perfino i francesi (gli spagnoli meno, ci somigliano troppo, same race-same face).
Ma nel frattempo, cari ragazzi, noto che proprio fra voi va crescendo un inedito amore per l’Italia, un’affezione per questo scalcagnato e antico paese, un orgoglio che travalica i confini quadriennali dei mondiali di calcio. Un senso di appartenenza che noi "vecchi" non conosciamo: in fondo è poco che siamo uno stato, ci vuole tempo perché maturi una coscienza nazionale. Che cosa dici? Come ti permetti? Nazionalista! Sciovinista! Che cosa ci fai qui, nella Smemoranda? Fuori! Questo è un discorso di destra!
Il guaio, cari bellissimi brufolosi ragazzi e snellissime ragazze, è che senza amore non si combina nulla: se una speranza di normalizzarsi c’è sta qui. Se non ci si vuol bene non si può volerne agli altri. Se non ci si rispetta non si saprà rispettare gli altri. Più si dice che un posto è brutto, e più lo sarà. Meno lo si ama, più energie negative gli si riservano, più s’imbruttirà.
Mi arrabbio un po’ quando vedo certe feste di scuola di fine anno dove si celebrano con encomiabile senso di amicizia le culture "altre" (così si dice, pare, e non altre culture). Il culto maya del sole, l’epica dei lombrichi in Melorania, la sagra delle carrube a Butroto. Perché questo nostro paese di straccivendoli, volendo, di feste e danze del sole ne avrebbe, e di bellissime, e poi ha tante altre cosette, non vi è borgo che non abbia un castello, una chiesa, mura turrite, volte affrescate. Fatevi spiegare dai prof cos’è il grand tour, come mai un simile andirivieni di inglesi, tedeschi, francesi. Date un’occhiata ai nostri paesaggi. Pensate alle notti d’estate, alla festosità dei sabati al mare. Fatevi dire chi era Dante, e poi Goldoni, Verdi, Michelangelo, Piero della Francesca e Giotto. Fatevi portare a fare un giro a Roma, a Venezia (ma le gite scolastiche non si fanno più?) o anche solo a Castiglione Olona, a Crespi d’Adda, a Montevecchia, o a Ravello, alle gole dell’Alcantara, a quella del Furlo, ad Asolo, al Sestriere, a Marostica, ai Castelli romani, sulla Sila, a Sarzana, o dove cavolo vi pare: fermate il pullman a caso, qualcosa da vedere c’è sempre, e la bellezza educa più di ogni altra cosa.
Sentite cosa dice dell’Italia il grande pittore Balthus: "L’ho visitata da giovanissimo, a sedici o diciassette anni, e ho subito amato questo paese, la gentilezza delle persone, la tenerezza dei paesaggi. Ho sempre considerato l’Italia una terra spiritualizzata. Carica di spirito". E portatrice di un’ "allure che è il segno di quell’aristocrazia cui vorrei che aspirasse la nostra epoca". Siamo dunque gentili, per Balthus, e spirituali, e perfino aristocratici.
Se la sinistra, visto che deve autoripensarsi -su questo non vi è ormai più dubbio- riflettesse anche su questo? Sul questo nostro autolesionismo, sull’autodemolizione, sull’impudicizia con cui amiamo offrire il nostro peggio agli sguardi del mondo? Perché l’orgoglio di sé (un misurato, terapeutico orgoglio, o autostima, come dicono le femministe, la capacità di darsi il giusto valore, di riconoscere le proprie risorse e metterle a frutto) deve essere solo l’urlo rabbioso di Oriana Fallaci? Perché ne assegniamo il monopolio al pensiero di destra? Odio e amo l’Italia, perciò.
E sottolineo "amo".

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