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Lettera all'amata

di Massimo Cirri su Smemoranda 2003 - Odi et amo

Amore mio,

ho compiuto un duro lavoro di scavo nell’interiorità mia e ho la risposta. So quello che pensi. Che lo scavo non dev’essere durato tantissimo perché l’interiorità mia è profonda come l’acqua davanti alla spiaggia di Cesenatico, ti allontani chilometri dalla riva e riesci soltanto a bagnarti gli stinchi. Ecco, l’hai pensato. Quando fai così ti ammazzerei. Quattro righe fa, in questa stessa e-mail, t’adoravo. Adesso vorrei strozzarti. Sono passati pochi istanti di digitazione sulla tastiera. Non ho neanche deviato per giocare a Campo Minato, che mi fa incazzare perché salto sempre in aria al terzo clic e mi chiedo come resista senza imbufalirsi Gino Strada in Afghanistan con le mine vere. Ma non farmi divagare. Adesso io so. So che tutto è racchiuso in quell’attimo in cui mi fai passare dall’amore all’odio. Lì è il segreto. Dura un istante, ma è una catastrofe, un cambiamento totale. È la goccia che fa traboccare il vaso. L’acqua che a 99,99 gradi non bolle ma a 100 sì e non sta più ferma e fa blo-blo-blo. (Se ci metti il dito dentro scotta abbastanza uguale, ma è un altro discorso). È la neve immobile sul crinale in una giornata di sole, un piccione stitico ci scagazza sopra e una valanga da 900 tonnellate viene giù come un treno. Non dirmi che non ci sono piccioni in montagna, non è questo il punto. E poi mi fai imbestialire proprio adesso che m’ero pacificato all’immagine di noi due felici in un trekking d’alta quota. Così siamo seppelliti sotto metri di neve, io non mi faccio la doccia da sei giorni, ho le ascelle al gorgonzola e i cani da valanga troveranno me. Mi salverò e porterò per sempre il senso di colpa del sopravvissuto. Perché non ho fatto in tempo a dirti quand’è che passo dall’amore all’odio. O viceversa.

Quando ti parlo di me e tu mi guardi, i tuoi occhi scrutano il mio volto e lo sguardo ti s’illumina perché hai individuato un punto nero da schiacciare e stai pregustando il momento.
Quando dici “Già che sei in piedi, non mi prenderesti ...” e mi mandi all’ipermercato a fare la spesa.
Quando riconosco il tuo profumo. Può sembrare una stronzata da pubblicità romantica, ma provaci con la qualità dell’aria di Milano. 
Quando mi rimproveri perché dico troppe parolacce, “e non è bello - son parole tue – stare a sentire uno stronzo di coglione che parla col culo”. 
Quando ci baciamo e tu mi accarezzi la nuca e dato che hai sempre quel coso di cellulare in mano mi accarezzi il lobo dell’orecchio con l’antennina. (Una volta ti è suonato e mi si è perforato un timpano).
Quando mi dici “Vedi come sei” e quando mi dici “Ecco, vedi come sei?”. 
Quando ti mordi il labbro di sotto perché so che lo fai quando hai voglia di me e sapere che tu hai voglia mi fa venire molta voglia di te e di fare quelle cose carnali là.
Quando mi accorgo che abbiamo fatto quelle cose carnali là e tu non ti sei tolta i calzini corti con le paperelle gialle. Eppure lo sai che se mi ci cade lo sguardo ho un blocco semestrale dell’affettività e un crollo perenne dell’erezione.
Quando ci sbavazziamo di baci e succhiotti e a me piace molto ma sono quasi le otto e su Tele+ c’è l’anticipo di campionato e allora ti sussurro piano “Andiamo” e tu mi rispondi “Anch’io”. Perché hai capito “Ti amo”. E io sono contento lo stesso e mi rimane dentro qualcosa di dolce che mi accompagna per tutta la sera. A meno che la Fiorentina non perda.

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