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Ritrovare la passione

di Maurizio Chierici su Smemoranda 2003 - Odi et amo

Da ragazzo volevo diventare mezzala. Giocavamo senza veri palloni: stracci cuciti con dentro altri stracci. I pali erano due cassette raccolte nelle immondizie dei mercati. Quell’Italia del dopoguerra. Quando i tiri sfioravano traverse invisibili si decideva (liti furibonde) se il bersaglio era sbagliato oppure gol. Ogni tre corner rigore. Per fare prima. Ripensando alla squadra di allora riconosco i caratteri che già segnavano la nostra vita. Il centravanti infilava i difensori con zig zag talmente stretti da stordire la loro amministrazione. Adesso fa il chirurgo per bambini. Con la stessa grazia mani delicate hanno preso il posto dei piedi. L’inventore di passaggi che lasciavano senza fiato giocava a testa alta e guardava lontano: ha cambiato la pubblicità italiana lanciando jeans senza nome, vendendo creme di pomodoro come caviale. Emanuele Pirella. Un’ala destra era sempre in fuga: è subito emigrato in Argentina. Il portiere fa il bancario responsabile di mutui, clienti in fila per strappare prestiti. Li respinge quasi tutti. E l’allenatore che organizzava con brontolii incomprensibili – stessa età ma pigro e grasso – ormai dirige tre supermercati mantenendo il brontolio negli ordini che distribuisce al telefono. Speriamo lo capiscano. Noi, mai. Piccolo bilancio, quarant’anni dopo. Foto in bianco e nero che adesso allargano tenerezze. Allora volavamo. Calcio, passione ossessiva. Ai bordi di un campo non segnato le ragazze ci guardavano con finti sorrisi e noia terrificante. Siamo cresciuti, continuano a guardarci così.
Ma l’amore impallidisce nella prima età matura. Per invidia. Tiravo la carriola del cronista senza soldi e non sopportavo i milioni del compagno di banco comprato dalla Juve. Non importa se giocava briciole di partita tanto per dare fiato ai campioni a partita vinta, e se solo Pordenone, Maglie e La Spezia hanno poi raccolto la biografia della sua carriera. Lui in spyder, io la bici. Lui si bagnava a Forte dei Marmi mentre potevo solo permettermi la mezza montagna, paesini senza nome da spendere dopo le vacanze. E il pallore si è trasformato in diffidenza.
Una volta per sbaglio nel treno degli ultras, ascolto una ragazza della Lazio che predica con la sapienza della maestra-maglione-nero, mescolata al branco di chi si beve Campari alle 8 del mattino, monta striscioni, distribuisce berretti: “Parma – declamava – è una città senza anima. Noi siamo di Roma e Roma l’anima ce l’ha”. Parma è la mia città. Volevo gridare ma erano in tanti e bene attrezzati. Il calcio riduce la gente così? Amore svanito. Provvisoriamente, perché nei giri in America Latina, parlando con gli scrittori che mi incantavano con la magia dei romanzi, scopro a poco a poco una piega della loro vita da principio incomprensibile: senza la partita della domenica o la notturna di mezza settimana non riescono a sopravvivere alla malinconia. Perché?chiede la mia delusione. Jorge Amado, Soriano, Eduardo Galeano, Antonio Skármeta rispondono raccontando sogni. Nel sole di Bahia il vecchio Amado è triste. “Brutta notizia. Stasera il Brasile perde la coppa del mondo con la Francia. Me l’ha detto Exu, specie di diavolo, nei sogni bianchi del mattino…”. Skármeta viene a Roma per abbracciare Troisi nella prima del Postino ed esce sconvolto dalla Cappella Sistina: “Ho visto un angelo che somiglia a Salas. Sentirete parlare di questo scatenato”. Mentre a Montevideo l’estate soffoca, lo scrittore che racconta le vene aperte dell’America parla di soldi. “Non è vero”, ripete Galeano, “che i brasiliani danno calci al pallone pensando di dare calci ai miliardi. Gran parte degli eroi della domenica guadagnano la paga di un bracciante. Vanno in campo per ballare e perdono felicità e fantasia solo quando devono vincere a tutti i costi. Allora ingrigiscono per imitare i robot. A questo punto il conto in banca diventa l’unico paradiso possibile”. I suoi occhi azzurri ci ripensano: “Sarebbe bello se si potesse giocare con ventidue spettatori in tribuna e 80 mila che corrono nel campo”.
Parole che rinvigoriscono l’amore, ma resta la diffidenza per i campioni robot. Una volta a Seattle mi arrampico sulla scalinata del palasport dove si gioca la RobotCup, campionato mondiale di calcio per macchine intelligenti. Telecronaca, diretta Tv e applausi – come racconta il cronista a spettatori lontani – ogni volta che i robot tirano in porta “come goleador in carne ed ossa”. Allora perché costringere la carne e le ossa a imitare le macchine? Sentimento retrò, eppure vorrei ritrovare la passione di quei campi senza porta e senza un vero pallone quando provavamo la vita inseguendo gli stracci.

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