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Un gioco

di Maurizio Porro su Smemoranda 2003 - Odi et amo

Amo
Amo il momento in cui il brusio delle chiacchiere si spegne un poco alla volta come le luci in sala e lo schermo si accende: sembrerà impossibile ma bisogna fidarsi ogni volta che sarà un capolavoro.
Amo quando mi accorgo che un film può ancora essere un sogno intelligente e la creazione di un altro reale. Amo le gambe di Julia Roberts, il talento di Nicole Kidman, le labbra di Angelina Jolie, il fascino colto di Susan Sarandon, il viso di Kate Beckinsale, gli occhi di Charlize Theron e il sorriso di Cameron Diaz. Amo la capacità di ogni pellicola di scatenare idee, impressioni e sensazioni diverse ma tutte vere. E le discussioni interminabili che non arrivano mai a nulla.
Amo Scorsese e il suo documentario pieno di affetto sul cinema italiano in cui si rivedono volti belli e giovani che ora magari non ci sono piu o sono inesorabilmente invecchiati.
Amo le signore che ogni volta che appare qualcuno sullo schermo, si chiedono che età avrà perché il tempo non passa solo per loro.
Amo vedere il volto di Antonioni, ascoltare il suo silenzio e leggere nei suoi occhi stanchi tutto quello che riesce comunque a dire.
Amo cambiare idea su un film, pensare che ogni giudizio sia squisitamente soggettivo e talvolta apertamente partigiano. 
Amo rivedere un bel film al cinema, in cassetta, in dvd o a un cineforum e scoprire che c’erano aspetti che non avevo considerato, pregi che non avevo notato, finezze che non avevo scorto. E capire che i film che meritano crescono con noi.
Amo quando si ricorda che il cinema italiano negli anni ’60 era il migliore del mondo e aveva già inventato tutti i generi oggi fagocitati dalla fiction tv. Amo il geniale sistema telefonico statunitense per cui tutti i numeri cominciano per 555.
Amo i film biografici che raccontano una storia, una vita, una saga, una famiglia: e noi in platea a curiosare nei sentimenti altrui. 
Amo un’arte straordinaria nella quale, quando in sala si fa buio ti si stringe un po’ il cuore, ma basta un attimo e un fascio di luce tremolante e polveroso ti porta con sé in luoghi mai conosciuti. Dentro e fuori dell’anima.

Odio
Odio quando ti assegnano uno scomodo posto laterale al cinema dicendo che il computer ti ha invece scelto il migliore disponibile. Odio sentirmi imballato nelle campagne promozionali degli studios di Hollywood che ci promettono i numeri 2, 3, 4 eccetera tutti uguali, tutti remake di remake.
Odio quelli che si alzano dal cinema quando non è ancora svanito il The End perché hanno voglia di rituffarsi nella realtà.
Odio, o meglio invidio, la mascolinità di Russell Crowe, la bellezza sfacciata di Brad Pitt, i capelli brizzolati di George Clooney, la grandezza di Kevin Spacey, tutto Al Pacino e quasi tutto Robert De Niro.
Odio dover rispondere subito alla classica domanda se un film mi è piaciuto. Non lo so, lascia che sedimenti.
Odio i sistemi di proiezione automatici che ti fanno vedere per un quarto d’ora Edward Norton con la fronte sotto la bocca, prima che qualcuno si accorga.
Odio le persone che una volta sedute ti dicono che il film che stai per vedere l’hanno già visto ed è una cagata, ma vengono per controllare il doppiaggio. Odio quelli (sono gli stessi di prima) che se ne escono dicendo che il doppiaggio è sempre e comunque un atto di ignoranza e violenza.
Odio gli snobismi culturali per cui bisogna dire che il peggio è il meglio, intanto non ci sono più ideali. Ma il bello resisterà. O no?
Odio quando nei film americani esagerano nel dire okay, magari schioccando anche le dita, e in quelli italiani a dire “e vai...” 
Odio quelli che uscendo da un thriller gridano la soluzione a chi sta comprando il biglietto.
Odio l’uso a sproposito, spesso fatto dai pierre e dagli uffici stampa, dell’aggettivo prolungato straaaordinaaario a proposito di qualunque film.
Odio il fasullo entusiasmo del giorno prima che inizi un festival e la vera malinconia della mattina dopo l’ultima premiazione.
Odio quando qualcuno fra gli interessati dice: “se devi parlarne male, tanto vale non parlarne”. 
Odio gli zelanti becchini che all’inizio e alla fine di ogni stagione sentenziano la morte del cinema (tié) 

Scritto con Emanuele Benvenuti.

(È un gioco: hanno risposto due generazioni, dovete scoprite le paternità anagrafiche delle Voci.)

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