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Cinedelizie con strazio

di Morando Morandini su Smemoranda 2003 - Odi et amo

Quelli che, non contenti di distribuire in Italia il 23 per cento dei film anglo-americani col titolo originale (con o senza un sottotitolo italiano), mettono titoli in inglese a film francesi (Thomas est amoreux diventa Thomas in Love) o tedeschi (Anatomie non si chiama Anatomia, ma Anatomy), ma anche sostituiscono il titolo originale in inglese con un nuovo titolo sempre in inglese (da Teaching Mrs. Tingle a Killing Mrs. Tingle).
Quelli che ribattezzano il film Antitrust, chiamandolo S.Y.N.A.P.S.E - Pericolo in rete, perché sospettano che Antitrust sia troppo allusivo nell’Italia di Berlusconi. Quelli che, alla radio e specialmente in TV, dicono “aiter” invece di “iter”, “sinior” invece di “senior”, “molto in ooge” invece di “molto in auge”, “keiv kenem” invece di “cave canem”, “mainus” invece di “minus”, “maicro” invece di “micro”. Quelli che, magari con stipendio fisso e a contratto non a termine, dicono al microfono “brìosc” (sdrucciolo) invece di “brioche”, “còllima” e “accàanton” (sempre sdruccioli) e “viòla” - voce del verbo violare, che dovrebbe essere sdrucciolo.
Quelli che, nei titoli di testa di un film italiano, fanno mettere UN FILM DI… (col nome del regista) anche quando si tratta di un prodotto qualsiasi, medio o mediocre, oppure diretto da un regista poco conosciuto o addirittura esordiente, e magari ignorano di essere in linea con la cafoneria, la vanità e l’esibizionismo dei tempi in cui viviamo.
Quelli che si traducono il titolo del film britannico Lucky Break come “Colazione fortunata”.
Quelli che ancora non hanno capito perché quando in un film anglofono qualcuno esclama “Jesus!”, immancabilmente il responsabile dei sottotitoli traduca “Cristo!” oppure perché, altrettanto regolarmente, “Shit” (merda) diventi “Cazzo”.
Quelli che indubbiamente la famiglia dev’essere difesa. Soprattutto da se stessa.
Quelli che i cellulari sono più economici delle cabine telefoniche per la strada, ma non aggiungono: per le aziende dei telefoni.
Quelli che, senza telefono cellulare non si può vivere. E li usano per dimenticare la propria solitudine.
Quelli che, a Venezia, ricordano ancora i tempi in cui il giornale quotidiano si chiamava scaracio (scaracchio, sputo), mentre a Bologna per Il Resto del Carlino si diceva scaràcc.
Quelli che, in televisione, raccontano frottole - bugie, bufale, panzane, menzogne - e vengono creduti perché sanno raccontarle bene e a voce abbastanza alta con la possibilità (il potere) di ripeterle per un tempo abbastanza lungo, memori del detto napoleonico che la ripetizione è la forma più efficace del discorso. Quelli che, nei biglietti da visita o sulla carta da lettera, cancellano con un tratto di penna il titolo (prof. cav. comm.).
Quelli che non si sono accorti ancora che è scomparsa la malinconia. L’hanno ribattezzata depressione, e non sanno decidersi se classificarla come malattia o come colpa.
Quelli che bestemmiano soprattutto per il traffico, per ragioni di viabilità. La percentuale è del 54 per cento in provincia e nelle zone rurali e sale al 78 per cento nelle grandi città. Quelli che bestemmiano sui mezzi di trasporto (auto, autobus, tram, metropolitana, treni in grave ritardo). Più rari i bestemmiatori pedoni, tolti gli ubriachi.
Quelli che, specialisti in comicità bassa (un tempo si diceva “da caserma” o, erroneamente, “da bordello”), rimpinzano le loro commedie di parolacce, battutacce genitali, tette e culi al vento perché, dicono, “rispecchiano l’attuale società italiana”. Sono gli stessi che “tutti rubano, dunque rubo anch’io”.

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