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Nel braccio della morte

di Gianni Fantoni su Smemoranda 2002 - Giriamo pagina

Eccomi qui, con ancora quello sgradevole sapore in bocca, misto di paura e fatica, ma finalmente fermo. Non corrono piùle mie gambe, si sono finalmente arrese al loro destino. Siamo in tanti qui dentro, troppi. “Succede sempre per le feste, da sempre “ - uno dei mie nuovi compagni mi dice, leggendomi nel volto la domanda a cui ha risposto. Chissà quanti di questi sono avvocati, puttane, poco di buono, oppure semplici brave persone, vittime degli eventi. Noto che non c'è più rumore, adesso, o perlomeno non c'è più quello che si sentiva fuori. Ovattato, rifletto. E' da un po' che non vedo i miei amici, i miei famigliari e ormai non li vedrò più per un bel po', almeno non prima di aver terminato questo, chiamiamolo così, viaggio. Posso però passare in rassegna i momenti felici vissuti con loro, in attesa che l'angoscia di tutti noi che siamo qui, silenziosamente in attesa impauriti e consapevoli, si stemperi contro un evento qualsiasi. Eh, no. Non è proprio ancora il momento di respirare tranquilli, perché “il capo” non è ancora passato, e tanti “capi” di turno potrebbero da un momento all'altro decidere della tua sorte per lui. Li vedo quelli come me, qui dentro, mi ci specchio: vagamente sudati, sguardo assente, orecchie basse, ne avverto quasi le palpitazioni affrettate del cuore, con quella fronte che lascia trasparire una speranza profonda, sincera. “Dio ti prego, non io, non io... non oggi...”

In questo tratto non tutti siamo messi uguale, c'è chi se la ride. Sa già che per oggi lui è salvo, è bastato essere al momento giusto al posto giusto col soldino giusto e per oggi si evita il crepacuore.
Guardo l'orologio, quello grande, fuori di qui. Passa un altro minuto, lentissimo. Il battito aumenta. Manca poco alla salvezza, quando l'ora “x” sarà passata, se nessuno mi avrà chiamato ce l'avrò fatta.
Passa il primo “capo”. Controlla la nostra disposizione senza guardarci in faccia, per lui siamo solo numeri. Ha una faccia bruttissima, molto elegante ma odioso, conscio di avere un potere più grande di noi, che poveretti stiamo qui in balìa di noi stessi. Sembra uno della Ghestapo. Passa, scivolando via sottile. Ha in mano la lista, tutti i “capi” ce l'hanno, sia quelli in borghese che quelli con la divisa. Buffo. Più volte ho constatato che i “capi” con la divisa sono più gentili con noi disperati che non coi “capi” in borghese, che al pari di loro possono decidere della nostra sorte.
Passa un altro minuto, e poi un altro ancora. Altri “capi” passano, niente. Nessuno mi guarda. La sorte mi sorride. Per un attimo mi sento gelare il sangue quando uno viene verso di me con un numero che sembra il mio, ma è del mio dirimpettaio, poveretto, che abbozza un sorriso mentre lo portano via, fuori di lì, non so dove.
Non vedo più “capi” all'orizzonte. Tutto sommato al nostro “braccio” questa volta è andata bene.
Arriva l'ora “x”. Ce l'ho fatta. Respiro. Mi torna il calore ai piedi, mi ero quasi dimenticato di averli, e finalmente dispongo i miei oggetti che per precauzione tenevo ancora nella valigetta: giornale, blocco per gli appunti, matita, e riprendo a vivere normalmente, dopo questa sospensione per nulla piacevole.
Ma mi sono deciso: basta.
Questa è davvero l'ultima volta che di rientro da Roma, non faccio la prenotazione sull'Eurostar.

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