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Il primo non si scorda mai

di Giuseppe Culicchia su Smemoranda 2002 - Giriamo pagina

Non so voi, ma io fin quando non ho incontrato Alessia adoravo gli hamburger. In particolare, gli hamburger con le patatine fritte. Avete presente? Credo proprio di sì. Ricordo ancora il primo. Avevo appuntamento con una ragazza davanti a un cinema del centro, e proprio lì di fianco c'era questo posto dove vendevano hamburger. Avrò avuto quindici anni, anno più, anno meno. Il nome della ragazza per la verità non me lo ricordo, ma quello dell'hamburger sì: si chiamava Ko-Cheese, come un noto capo indiano, ed era al formaggio. Aveva un aspetto magnifico, nella sua confezione di polistirolo. E un profumo decisamente conturbante. Dopo Ko-Cheese, naturalmente, ne sono venuti molti altri. Che tuttavia in un certo senso hanno confermato il vecchio adagio, il primo hamburger non si scorda mai. Anche perché, come forse avrete notato anche voi, tutti gli hamburger sono uguali. Ho conosciuto hamburger francesi, inglesi, olandesi, svedesi, tedeschi, e perfino cinesi. Si chiamavano tutti Ko-Cheese. Avevano tutti la stessa confezione di polistirolo. E l'identico sapore. Un'enorme famiglia di sosia sparsa per il globo, insomma. E ogni volta che ne assaggiavo uno, era come se avessi di nuovo quindici anni. Poi però su un treno per la Svizzera ho incontrato Alessia. Alessia, accusata di essere diventata improvvisamente pazza, stava scappando dall'Italia per rifugiarsi da certe sue amiche che vivono nei Grigioni, dove hanno tutte un impiego sicuro nel ramo cioccolata. Travestita com'era da suora Orsolina, nessuno avrebbe detto che si trattava di una mucca pezzata piemontese. Ma dato che sedevamo l'uno di fronte all'altra, non ho potuto fare a meno di notare che dalla veste le spuntava la coda.

“Mi scusi, sorella,” le ho detto, approfittando del fatto che nello scompartimento eravamo soli. “Ma credo che le sia caduto qualcosa.” Lei ha abbassato gli occhi sul pavimento e si è vista la coda. “Oh, no,” ha esclamato, per poi guardarmi terrorizzata. “La prego, non mi denunci al controllore.” “Perché dovrei?” l'ho rassicurata. “Mah, sa, se posso essere sincera noi mucche ormai non ci fidiamo più di voi umani.” “Capisco.” “Lei crede?” mi ha domandato, per poi aggiungere, “Francamente, ne dubito.” Proprio in quell'istante è spuntato il controllore. Io gli ho mostrato il mio biglietto. Lei il suo. Ostentava sicurezza, ma mi sono accorto che tremava. Poi il controllore se n'è andato, e lei ha tirato un sospiro di sollievo. “Grazie,” mi ha detto, rivolgendomi un sorriso. “Come posso sdebitarmi?” “Per la verità non ce n'è bisogno. Però, se volesse aiutarmi a capire” “D'accordo,” ha esclamato, e si è messa a raccontarmi la sua storia. Mentre il treno avanzava verso la Svizzera, Alessia mi ha detto un mucchio di cose, che qui, per motivi di spazio, sono costretto a riassumervi. Una volta, migliaia di anni fa, le mucche pascolavano libere: così almeno ad Alessia aveva raccontato sua mamma Martina, e a lei la nonna di Alessia, Giuditta, e a questa la bisnonna, Anna Laura. Ma poi i tempi sono cambiati, e noi umani, per risparmiare sull'erba e far diventare le mucche più grasse, così da ricavarci più hamburger (e bistecche) abbiamo cominciato a dar da mangiare alle mucche i resti delle loro mamme, sorelle, zie, cugine. Ecco perché ogni tanto una mucca impazzisce: diventa pazza di dolore quando, annusando il contenuto della mangiatoia, riconosce l'odore di una parente o di un'amica. Alessia, per fortuna, è arrivata sana e salva a Zurigo, dove poi ha cambiato treno per i Grigioni. Io alla stazione mi sono guardato attorno, e ho visto che anche lì vendevano quello che sapete. Ma all'idea che dentro ciascuno di quei panini ci sarebbe potuta essere la mia simpatica compagna di viaggio (macellata, scuoiata, smembrata, tagliata e tritata) mi sono sentito male. Così, ho deciso di voltare pagina, e ho preso un'insalata. Alessia e le sue sorelle se lo meritavano.

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