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Potere della musica

di Sud Sound System su Smemoranda 2011 - Beautiful day

Nell'inverno tra il ’95 e il ’96 eravamo a Bologna per registrare il nostro primo LP Comu Na Petra auto-producendolo da soli, così come avevamo fatto qualche anno prima con Salento Showcase 94 finanziandolo quindi a colpi di Dance Hall in giro per lo stivale.

Fu così anche quell'inverno, quando facemmo alcune date nei fine settimana, tutte a poche ore da Bologna in modo da non rubare molto tempo allo studio di registrazione, ma una di queste volle rimanere impressa per sempre nelle nostre memorie.

Era un sabato mattina, di quei sabati gelidi, con le vie di Bologna piene di neve, studenti assonnati e noi immobili nel traffico rallentato dal freddo, con una mano appesi alle maniglie dell’autobus e l’altra ancorata ai fly-case zeppi di vinile, diretti alla Stazione Centrale.

Arriviamo alla stazione, prendiamo posto nell’odiatissimo treno, maleodorante come molte carrozze delle ferrovie italiane e dopo qualche ora ci ritroviamo a Torino, innevata anch’essa. Troppo innevata per dei poveri pugliesi abituati a camminare sulla sabbia!

Dopo una serie di telefonate riusciamo a beccarlo. Dormiva, ci dice che per arrivare al posto è un casino e che viene in stazione a prenderci. A piedi.

Il promoter è un nostro amico, si chiama Luigi ed è un salentino trasferito al Nord per trovare fortuna e come molti emigranti ha dovuto occupare un capannone abbandonato per avere un tetto. Ci abbracciamo con i soliti convenevoli e mentre prendiamo un caffè approfittiamo per chiedere qualche notizia sulla serata da fare.

Ci dice che il posto è stato occupato da poco e che contano di fare qualche concerto per finanziare qualche ristrutturazione, per questo avevano pensato di chiamare noi: infondo Torino è una città che brucia con il reggae.

Usciamo dal bar della stazione, iniziamo la nostra gimcana e dopo aver cambiato tre o quattro autobus arriviamo alla location: ci troviamo nella periferia di Torino, ma non chiedeteci dove, perché nessuno ci ha mai saputo dire dove fosse quel posto o se esso sia realmente esistito, sappiamo solo che era una vecchia rimessa dei tram e basta.

“Scusa Luigi, ma dove cazzo ci ha portato?” - esclamammo in coro mentre ci guardavamo intorno spaesati dall’abbandono in cui versava lo stabile. Lo seguimmo per piazzali deserti, corridoi bui e polverosi dai muri infestati da dipinti orribili, facemmo alcune rampe e finalmente giungemmo in una stanza che doveva essere il quartier generale. C’erano ad aspettarci altri tre squatters che ci accolsero facendoci accomodare in un angolo della stanza vicino a un bidone di metallo con dentro legna ardente adattato a mo’ di stufa.

Il calore della stufa riuscì a scongelare il cervello e man mano che il sangue riprendeva a circolare ci rendevamo sempre più conto di trovarci in un posto fuori dal mondo. Ci ricordammo che eravamo lì per suonare e chiedemmo a Luigi di mostrarci la sala in cui avremmo fatto la dance hall. La sala era piccola e poco accogliente, senza palco con un PI composto solo da due piatti, un mixer e un paio di casse malandate. Ma ciò che maggiormente mancava era quel viavai e l’organizzazione tipica di ogni centro sociale, che all’epoca sembravano dei grandi cantieri in continua evoluzione. Anzi, a dirla tutta eravamo quattro gatti in una catapecchia!

Ci rendemmo conto che sarebbe stato impossibile fare una serata in quel tugurio, volevamo scappare via da quel un posto buio e inospitale con i muri imbrattati da demoni e stelle rovesciate, dove l’unica ragazza carina continuava a sputacchiare sulla stufa mentre il più serio di loro giocava a farsi uscire i topolini dalle maniche della giacca: eravamo spacciati!

Non ci restò che mettere musica nell’attesa che arrivasse qualcuno ma le ore passavano e non si vide anima viva sino a mezzanotte, quando finalmente giunse una comitiva di leccesi che, dopo averci salutato calorosamente, tra stupore e turbamento ci chiesero come mai ci trovavamo in quel posto da film horror!

Non sapemmo dare loro nessuna spiegazione, ma finalmente eravamo di fronte gente normale che non parlava di esoterismo, apocalissi e satanassi, anzi sollevati dal sodalizio e dall’adrenalina del ritmo iniziammo a cantare. Eravamo solo una dozzina di ragazzi disorientati, ma finalmente sollevati dalla musica e dal suono del nostro dialetto. Ci abbracciammo tutti insieme sino a formare un girotondo e, microfono alla mano, cantammo tutto il nostro repertorio su tutte le basi possibili e immaginabili e quando la scaletta si esaurì iniziammo a improvvisare prendendo spunto dai fatti accaduti in quel posto dannatamente strano!

Poteva essere la serata più brutta della nostra vita, ma ancora una volta la musica trasformò quel luogo angusto in una sala da ballo e ci divertimmo un casino, tanto che la ricordiamo con un sorriso.

Ps. Naturalmente suonammo gratis, nessuno ci diede una lira, ne’ la pretendemmo.

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