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Lo Yeti

di Raul Montanari su Smemoranda 2008 - On/Off

“Se tu adesso esci da questa casa non ci rimetti più piede. Hai capito? Mi sono spiegato?”
“Franco...”
“Zitta, tu! Sto parlando con lui, non con te. Forza, ragazzo, deciditi. Dentro o fuori, una volta per tutte. E per sempre.”
“Come sei esagerato!”
“Ti ho detto di stare zitta.”
“Ma se gli hai sempre lasciato fare tutto quello che gli passava per la testa! Quando io dicevo che sbagliava ad andare in un posto o a frequentare certi amici, tu mi facevi fare la figura della cattiva, della cretina.”
“Cattiva no, cretina se ne può discutere.”
“Guarda che nemmeno con i gatti si fa quello che stai facendo tu adesso, figuriamoci con un ragazzo di neanche vent’anni.”
“Perché, cos’è che sto facendo? Gli dico semplicemente: dentro o fuori. Decida lui. Se vuol partire con quel branco di delinquenti drogati fino agli occhi, dopo la figura da babbuino che ha fatto alla maturità, qui non ci rimette più piede.”
“Ma va’ là, che questa tiritera l’ho già sentita mille volte.”
“Io non sono di quelli che i figli se li tengono in casa fino a quarant’anni a grattarsi la pancia, fregandosene di tutto! E vorrei sapere cosa c’entrano i gatti, adesso.”
“Non puoi metterti a fare il dittatore così, dall’oggi al domani, visto che finora gli hai sempre detto prego s’accomodi! Se tu a un gatto prima gli insegni che la pappa è sempre pronta e poi di colpo gli dai un calcio, lui cosa capisce?”
“Mio figlio non è un gatto. E non gridare, che ti sento.”
“Ma sei proprio gnucco, allora! È un esempio, no?”
“Mio figlio non c’entra con i gatti.”
“E quando tre anni fa si è rotto la gamba andando a sbattere col motorino, e tu eri orgoglioso perché dicevi che alla sua età facevi le pazzie e andavi come un matto con lo scooter?”
“Infatti lo sport è una cosa sana. Ci si può far male, pazienza.”
“Ma quale sport? Stava andando con quegli altri deficienti a incendiare il granaio del Molteni!”
“Molteni è un farabutto e spara col sale a chi gli entra nei campi.”
“Ho capito, ma incendiargli il granaio?”
“Be’, lui ha picchiato via col motorino e non c’è arrivato.”
“E quell’altra volta che abbiamo trovato in soffitta trecentocinquanta giornaletti porno? Aveva nove anni, santo cielo.”
“Erano duecento al massimo, li ho contati io.”
“Sì, contati... ci hai passato le settimane, in soffitta, da quel giorno! E ripetevi che eri contento che tuo figlio fosse un vero uomo e queste fregnacce.”
“Infatti quello era un buon segno, mica come adesso che si è imbrancato con questa manica di mezzi froci strafatti comunisti che lo tirano scemo!”
“E allora quando si era messo con quello là, il Migliavacca, e hanno cercato di far saltare il deposito delle ferrovie?”
“Magari! Così quella gente la smetteva di mettere giù binari dappertutto, che fra un po’ ci entrano anche in cucina con la loro ferraglia.”
“Sì, continua a dargli ragione su queste cose, tu, e poi ti metti a strepitare solo perché vuole andare sulle Dolomiti coi suoi amici a cercare lo yeti, che in fondo è anche un’idea carina.”
“Carina un cavolo! Perde tempo con quei debosciati invece di pensare al suo futuro! Parte, dice che non sa quando torna, non gl’importa un fico del colloquio che gli ho procurato per andare lavorare a quel distributore di benzina...”
“Sai che lavoro!”
“Insomma, adesso basta! Dentro o fuori, occhei? È la mia ultima parola! È chiaro, ragazzo? Ma dov’è? Dove si è cacciato?”
“Sarà in camera. Roberto!”
“Roberto! Rispondi quando ti parlo, per la miseria! Dove sei?”
Ma che gridate? Io sono già uscito. Sono uscito da due ore, con lo zaino bello carico, i moonboots e tutto. 
Non so neanche se le hanno dette, papà e mamma, queste cose che mi sono immaginato. Forse sì. 
Tanto, yeti o non yeti, a casa non mi ci vedono più. O, insomma, è improbabile.

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