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Non so, devo pensarci

di Gino&Michele su Smemoranda 2005 - M'ama non m'ama

Ho i foruncoli. Il tram è il 16. Gli anni anche. Sono i primi caldi e nella calca delle sette e quarantacinque la cosa si sente mica male. Ascelle e robert's, inguini e badedas. Ci sarebbe da stare in apnea per qualche minuto, da fermata a fermata, in attesa che il tram apra le porte alla primavera o forse ai tubi delle auto inferocite dal traffico. Sempre meglio che quel terribile calderone di afrori da gente che non ha ancora deciso di togliere dalla naftalina gli abiti leggeri. Ormai la primavera ti sorprende che è già estate e fino a ieri era inverno. Come l'amore. 
Lei è sul tram. Lei secondo me si lava esagerata. Adesso mi avvicino e sento che sa di sapone di marsiglia. Lei è alta come me, cioè tanto, e magra come me cioè di più. Mastica una gomma che è una meraviglia vederla. Deve avere una bocca menta-liquirizia, uno spettacolo della natura, come lei tutta, d'altronde. Io la gomma di solito quando la mastico in tram è perché poi la attacco al corrimano in alto, senza farmi notare. Poi aspetto che qualcuno ci appoggi le dita sopra per vedere la faccia che fa. Oggi ho troppo da concentrarmi su altro, per distrarmi, niente gomma sulle dita di un ragioniere di passaggio. Lei è di porcellana, ha i capelli rossi, ma veri. E poi non sono tanto rossi, sono larici in autunno, riflessi rubino. Ha le lentiggini, gli occhi verdi, i jeans bassi, una felpa a filo ombelico e un giacchino leggero. L'unica a essere vestita giusta, lì dentro. Veramente il giacchino leggero lo metteva anche quando faceva un freddo porco, non si sa perché. Forse perché è avanti, molto avanti, rispetto a tutti noi. La vedo volare lontana, alta verso le nuvole. E noi piccole formichine a arrabattarci. Chissà se si è mai accorta di me, dall'alto del suo volo. Eppure tutti i giorni prendiamo lo stesso tram alla stessa ora. Andiamo alla stessa scuola. So come si chiama, Veronica, l'ho sentita chiamare da una sua amica cessa. O forse è una sua amica così e così, ma di fianco a lei paiono tutte cesse. E' arrivato il momento, devo farcela. Cosa le dico. Ciao. Le dico ciao. Bisogna vedere, perché poi magari lei gira la faccia dall'altra parte. E' un'eventualità. E' una certezza, altro che ciao ciao. Io ho i foruncoli. Ho i foruncoli. I foruncoli. E sono in piedi di fianco a lei. Devo trovare il coraggio. Come un pirlone. Un pirlone insignificante con degli antifurti in faccia che sembra l'entrata della banca popolare. Guarda fuori dal finestrino. Sarà per non vedere il vesuvio che stanotte mi è spuntato tra il naso e l'occhio destro. E' chiaro che se le dico ciao è il foruncolo che parla. In tutti questi mesi non le ho mai visto neanche un brufolino. E' matematico che se un foruncolo le dice ciao non risponde. O magari sì, per pietà, e la cosa sarebbe anche peggio che guardare fuori dal finestrino. Comunque, dài.
" Ciao io mi chiamo Giovanni e tu? ti chiami Veronica lo so il foruncolo non ce l'avevo ieri è venuto su come un fungo stanotte però poi passano sarà tra un annetto o due lo dice il medico tu sei senza foruncoli complimenti cioè per dire che sei meglio senza come tutti d'altronde fa un caldo bestia per fortuna sei vestita leggera dovevo pensarci anch'io mi sa che sono proprio un pirlone cosa stai sentendo a no scusa che oggi non hai il walkmen a me piace Caparezza in questi giorni di italiani anche Amanda Grè di stranieri un po' tutto il rock la tua sezione è la c la mia è la a abbiamo in comune quella stronza di inglese però io lo studio a casa in internet se lo imparo un po' meglio quest'estate vado a Londra poi magari vado in Grecia tu cosa fai quest'estate mi ami?"
" Non so. Devo pensarci."
" ...Cioè scusa volevo dire che..."
" Scendi va, che tocca a noi..."

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