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I muri sono fatti per essere abbattuti

di Finley su Smemoranda 2011 - Beautiful day

Già da qualche tempo Eva soffriva di forti nausee. Aveva notato l’assenza del ciclo da un paio di mesi: il suo sospetto era diventato certezza.

Quella sera prese un lungo respiro e annunciò a Peter che presto sarebbe diventato padre.

I due giovani non desideravano altro: una creatura che fosse la prova tangibile del loro amore.

Non consideravano i problemi e le difficoltà di crescere un bambino in una Berlino occupata che si leccava le ferite della guerra.

L’entusiasmo e il coraggio dei loro vent’anni lasciava spazio solamente a sogni e progetti di una vita insieme.

Era la notte tra il 12 e il 13 agosto del 1961, Peter tornò a casa sua, nel distretto di Pankow, un sobborgo a Nord-est della città, ma non riuscì a chiudere occhio. La notizia lo tenne sveglio a lungo, finchè il sonno non prese il sopravvento.

Quella mattina Berlino aveva un rumore diverso. La voce del ragazzo dei giornali era soffocata dalle urla e da un forte trambusto. File di uomini della polizia sovietica erano schierate, numerosi manovali lavoravano incessantemente da tutta la notte e anche ora che il sole illuminava la città, i lavori continuavano davanti agli sguardi increduli e alle urla strazianti di famiglie spezzate. Un muro di mattoni e filo spinato alto 3,60 metri percorreva la città per 106 km da Nord a Sud: Berlino era divisa! Peter raggelò alla vista di questa imponente barriera. Il suo primo pensiero fu Eva: come avrebbe fatto a raggiungerla?

Nelle settimane successive girarono voci di numerosi tentativi di fuga: chi provava a scivolare lungo i cavi elettrici, chi scavava dei tunnel sotterranei, chi utilizzava le fognature. Solo pochi erano riusciti a passare da una parte all’altra della città, gli altri erano stati catturati o uccisi. Peter sarebbe andato incontro alla morte pur di poter riabbracciare Eva anche solo per un secondo. Si barricò in casa e iniziò a pensare a quale fosse il modo migliore per oltrepassare il confine. Suo padre era stato aviatore nell’aeronautica tedesca durante la guerra e, con le poche conoscenze che aveva acquisito da piccolo, ascoltando i suoi racconti e vedendolo lavorare negli hangar, costruì in poche settimane una rudimentale macchina volante. I suoi occhi brillavano alla vista di Berlino dall’alto del palazzo da cui si sarebbe lanciato, ma le sue mani tremavano al pensiero di non farcela. Prese la rincorsa e spiccò il volo. Le guardie di confine aprirono il fuoco su quello strano oggetto che cercava di lasciare la DDR. Un’ala fu colpita, Peter guardò in basso terrorizzato: stava perdendo quota. Le raffiche di mitra continuavano, ma lui era già in prossimità del muro. Chiuse gli occhi per qualche minuto fino a quando non sentì un tonfo. In quel rumore c’erano le risate di Eva, la dolcezza di suo figlio, le sue speranze… la sua vita! Non era uno sparo: aveva appena messo i piedi sul suolo di Berlino Ovest.

Era un giorno memorabile!

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