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Il Preside Ianna

di Diego Abatantuono su Smemoranda 2001 - La seconda volta

Quando ripenso agli anni tra l'infanzia e l'adolescenza faccio un po' di confusione. Ma non guasta. A essere troppo precisi si rischia di perdere il fascino dei ricordi. Il bello delle cose che ti tornano alla mente è che il collegamento tra un pensiero e l'altro non è mai qualcosa di matematico. Il filo che lega il tutto è obbligatoriamente soggettivo e a volte indecifrabile. E così accade che l'approssimazione storica arricchisce il racconto ma indebolisce la cronaca. Gli anni Sessanta, quelli della scuola, sono quelli della confusione. Ricordo molte cose ma non riesco a collocarle con precisione. Di certo la scuola per me non riserva grandi emozioni positive. Fino alla quinta elementare io ero uno studente medio, abbastanza bravo. Dalla prima media in avanti sono diventato un “demente”. Il più simpatico della classeche però al primo trimestre era già bocciato. Ero molto richiesto per fare lo spiritoso, gli insegnanti ridevano per quello che dicevo, almeno quelli simpatici. Gli altri mi odiavano. Quelli simpatici mi bocciavano col sorriso sulle labbra, gli altri mi bocciavano e basta. Sono stato respinto in prima media in una scuola. Cambio, respinto per la seconda volta, senza neppure l'ebbrezza di provare gli esami a settembre. I miei a quel punto optarono per una scuola privata. Promosso per forza, erano “obbligati”.L'istituto era il Giacomo Leopardi, una scuola con un preside pazzesco.Si chiamava Ianna. Un cognome che era quasi un soprannome. Piccolino, democristiano classico, metà stato e metà chiesa, proprio con l'atteggiamento del fanfaniano. Me ne stavo chiuso dentro fino a quando non avevo finito i compiti. Se non li avevi terminati non ti facevano uscire. Tornavo a casa all'ora di cena. In questo modo ce la feci e continuai fino alla terza media.Ma dentro non ero cambiato, semplicemente mi avevano inquadrato con la forza.Una volta ho preso una sberla tremenda dal preside Ianna. E lì ho capito che non sono un delinquente perché gli avrei ridato volentieri la sberla. Ma non l'ho fatto. Non sono un violento. Stavamo andando a una gita, tutti allegri, ridevamo, e a un certo punto ho sentito come un fischio in un orecchio e ho pensato: “qualcuno mi pensa”. Mi giro e...pam! Una legnata in faccia. Dico: “Ma perché?” La sostanza era che mi ero messo il dito in un orecchio. Non c'era volgarità nel mio gesto. L'avevo fatto così, capita: l'orecchio c'è,esiste il dito... Un'altra volta mi avevano accusato di aver toccato il culo a una mia coetanea. Altra volta ancora, mi hanno messo in ginocchio in un angolo perché avevo tirato un'arancia in testa a uno. Forse era per gli allenamenti che avevo fatto per anni al Lido con le pesche,ma soprattutto questo mio compagno era una vera testa di cazzo e avevo avuto,in questo mio gesto di ribellione, l'assenso di tutta la classe. Tiro l'arancia.Si disintegra sulla testa di questo stronzo. Tutti la classe sdraiata per terra. Arriva Ianna, mi fa mettere in ginocchio con la faccia rivolta al muro. Mi ricordo, io lo guardavo e lui mi guardava con un'espressione di sfida. Mi sono girato due volte. Alla terza mi sono alzato e mi sono rimesso al mio posto. Lui è venuto accanto al mio banco. Mi ha guardato infaccia, duro. L'ho ricambiato. E' stato lì un po' e poi se n'è andato. Da quel giorno non mi ha mai rimesso nessuno in ginocchio. Da quel momento era finito il suo potere.

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