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Liberi, dentro

di Davide Ferrario su Smemoranda 2007 - Be free to...

Angela me la chiede ogni anno in regalo, la Smemoranda. Cosa ci faccia con l'agenda una nella sua condizione non l'ho mai capito, ma lei sostiene che le serve per "organizzarsi". Quando le dico che quest'anno il tema prescelto è Liberi tutti, si mette a ridere di gusto. "Parlagli di noi, allora..." dice. Angela ha ragione. Perché Angela sta a San Vittore da undici anni e deve aspettarne altri tre prima di uscire. Chi capisce meglio i discorsi sulla libertà di quelli che ne sono privi?
San Vittore (che per chi non lo sapesse è la galera di Milano) lo frequento da cinque anni, sulla base di un "Articolo 17", una specie di volontariato. Sia chiaro subito che non mi sento un missionario, proprio l'opposto: io in galera ci vado per imparare. Perché in galera si può scoprire molto su di noi, su quelli fuori, quelli "normali".
Vi racconto la storia di Pietro, per esempio. 
Dopo 22 anni di galera, Pietro era fuori da sei mesi in articolo 21. "Articolo 21" significa che puoi uscire dal carcere la mattina per andare a lavorare e devi rientrare la sera per cena. Una specie di limbo che non è la libertà, ma non è nemmeno il tedio assoluto e inutile della cella. Un limbo concesso dai giudici dopo attentissime valutazioni, sottoposto a una serie di regole di stretta osservanza: orari da rispettare al minuto, stesso percorso ogni giorno, divieto di parlare con estranei, niente cellulare, pausa pranzo sempre allo stesso posto e sempre alla stessa ora.
Dove lavorava Pietro erano contentissimi di lui. Non solo perché se la cavava bene col mestiere, ma anche perché Pietro è un tipo che ci sa fare con la gente, in particolare con le donne. Possiede una galanteria vecchio stile, irresistibile per alcune.
Un giorno me ne sto lì con gli altri del nostro gruppo quando ce lo vediamo arrivare a metà pomeriggio, accompagnato dalle guardie. 
"Cosa è successo?" 
"Mi hanno fregato" 
"Ma come?" 
Pietro si siede e racconta. "È che al bar dove mangiavo il panino ho conosciuto una... Ci siamo trovati simpatici, lei è giovane, carina... Insomma, lei mi invita fuori, una sera - e io le devo spiegare che non posso, perché sono un detenuto. Ma lei non si spaventa. Anzi, dice ‘Io abito qui vicino, perché a pranzo non vieni da me?'. Lo so che non avrei dovuto, ma non facevo mica niente di male. Abbiamo cominciato una storia. Una bella storia... Un giorno sì e uno no andavo da lei. Poi oggi è venuto il controllo - ed era il giorno sbagliato...". I carabinieri l'hanno blindato subito.
Si accende una sigaretta. Qualcuno gli dice che poteva stare attento, che si sa come vanno queste cose. Pietro guarda il muro e fuma, silenzioso. Poi parla - e il suo pensiero gli viene da dentro, dalle migliaia di notti passate a riconsiderare la sua vita guardando il soffitto. "Senti, mi hanno fatto fare 22 di galera - e non dico che non me li sono meritati. Non è di questo che mi lamento. Però dico: stato, giudici, sistema, avete vinto voi. Ho pagato il prezzo. Non faccio più cazzate, non c'ho più nemmeno l'età... Dite che mi date una possibilità, dopo avermi tolto dal mondo per tutto quel tempo. Ma se mi fate uscire e tutta la libertà che ho è prendere la metro, lavorare, mangiare un tramezzino sempre allo stesso bar e la sera tornare dentro a guardare la tv - che cazzo me ne faccio? È vita, questa?".
Non replico. Penso a quanti "regolari" fanno ogni giorno esattamente quelle cose lì - prendere l'autobus, lavorare, dire due cazzate coi colleghi e poi tornare a casa a guardare la tv. Magari sepolti dietro una porta blindata costata mille euro perché "con quello che si sente in giro..." 
Libertà non è poter fare quello che si vuole. Libertà è la consapevolezza di chi si è, dei propri limiti, delle proprie speranze, del senso della propria vita. Da questo punto di vista, temo che "fuori" ci sia un sacco di gente che "libera" non lo è stata mai. Che proprio della sua libertà ha più paura, non dei delinquenti. Quelli dietro le sbarre ci stanno già e il prezzo della libertà lo conoscono benissimo.

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