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Since 1878

di Jiga Melik su Smemoranda 2001 - La seconda volta

Adesso scusate. Sento il bisogno di aggiornare la mia idea di seconda volta, osservandola nella sua attuale accezione di ennesima. L'ennesima non contempla la tradizione, ma solo lo svolgersi, senza neanche riavvolgersi, dell'ennesima, eterna, noiosa, volta.Ricordo invece un lungo tempo normale di quella drogheria fiorentina la cui insegna recitò per sempre, solenne e anonima, non l'esistenza di una prima, né quella di una seconda volta, ma di una magnifica volta per tutte: “Fratelli Magnelli, dal 1878”. A parte tutto, mesi fa, vado a Firenze. Entro nella panetteria di una strada un tempo semiperiferica e adesso centrale. L'ancora risorgimentale Via Gioberti. Ho abitato da quelle parti coi miei genitori nella seconda casa della mia vita. Quel giorno, eccomi in via Gioberti che entro nella mia, scusate la golosità, idolatrata panetteria Fiorilli. Io prediligo il pane fin da bambino. Quelloche mi ha iniziato al grissino è stato il Bonechi, un genio che si sfornava dalle parti dello Stadio Franchi. Ma adesso volevo avere notizie del secondo fornaio della mia carriera di panofago. Fiorilli, l'imperatore della frusta croccante. Insomma entro. Mi guardo intorno, sono passati trent'anni: calcolando che il signor Fiorilli era anziano nel 1960, desumo che ora abiterà con agio al cimitero di Trespiano. Ma io devo sapere, e poi ormai sono entrato.Mi risolvo a domandare qualcosa alla signora di mezza età dietro il banco, solo dopo aver preventivamente comprato una schiacciata all'olio di cui non ho nessuna voglia. Ha gli occhiali, è sicuramente la proprietaria.“Mi scusi signora”, faccio, rompendo il silenzio solo quando lei mi dà il resto, in modo che sia segno evidente che tra noi c'è stato del commercio e quindi ora posso chiedere un'informazione. Mentre le parlo, nella mia voce c'è una quota di imbarazzante magone. “Ha notizie - chiedo con quello stupido groppo in gola - del signor Fiorilli?”.Ci manca solo che mi soffi il naso. Un'unica reazione: la donna sbarra gli occhi. “Fio... chi??”. Siamo pur sempre nel paese della commedia dell'arte e lei ora si guarda intorno evidenziando in modo teatrale l'enorme disagio esistenziale che le sto causando. Come se avessi chiesto di andare a Peretola con lei, a ballare al “Kittitoccò”, brutta vecchia.La panettiera continua a sgranare gli occhi. Evidentemente i suoi dialoghi col pubblico non vanno oltre la frase di quando dà il resto: “E tre che fanno cinquemila”. Cerco di smorzare: “Sa, abitavo nella parallela. Lui faceva certi stinchi”. Mi guarda pallida come un morto,gli stinchi è troppo. Secondo me sta per chiamare il marito. “Io sto a bottega da tanto - mi sibila - e comunque ora qui ci siamo noi”.
Esco, all'aria fresca della libertà. Alzo la testa. Un'insegna recita:“Vignolini. Panetteria sin dal 1988”.

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