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I cessi di Oslo

di Gino Strada su Smemoranda 2007 - Be free to...

Libertà. Forse la parola più amata, più bella e condivisa. Eppure...

A Oslo, sul retro della Galleria Nazionale di Arte, vi sono tre edifici ovoidali. Sono i bagni, o meglio i cessi pubblici. Sul tetto di ogni cesso sta una parola: Liberté, poi Egalité, infine Fraternité. Come mai? Un ostentato diprezzo verso quei principi? O piuttosto un’amara considerazione e una rappresentazione simbolica della loro fine ingloriosa?

Forse è proprio vero, in ogni caso, che i cessi sono luoghi di pensiero... Forse, anzi sicuramente, quelle tre parole non possono stare divise: possono anche stare in cima ai vespasiani, ma ci devono essere tutte e tre, questo ho capito a Oslo, davanti a quei cessi.

Quanti esseri umani nella Storia hanno chiesto libertà, hanno invocato la propria libertà? Schiavi nelle piantagioni di proprietà dei "Padri Fondatori" degli Stati Uniti e schiavi nelle risaie del genocida Pol Pot, poveri dell’Africa violentata dall’avarizia di colonialisti e politicanti miliardari dell’Occidente, e poveri emarginati e reietti, anche se cittadini dei Paesi del Lusso: ciascuno a sperare e reclamare qualcosa - la libertà - che si potrebbe materializzare solo con la liberazione di tutti. 

Già, senza liberazione, senza tagliare le catene che tengono un essere umano prigioniero, o le funi - spesso sotto forma di leggi o accordi economici - che lo soffocano, perché deve cavarsela con 1 dollaro al giorno (senza speranza di arrivare neppure a 1 euro, nell’arco della propria vita), senza questa "rottura" non ci potrà essere liberazione, né libertà. 

Per i poveri del mondo, sia chiaro. 

Perché gli straricchi e i potenti, che si frequentano o che spesso non hanno bisogno di frequentarsi perché coincidono, non hanno il problema della libertà, anzi ne hanno fin troppa. Mi verrebbe da dire ne hanno da vendere, ma ho paura di suggerire un nuovo business a qualcuno...

Libertà: esseri liberi dalla povertà, non morire più di fame, né per stupide malattie prevenibili e curabilissime, avere un luogo decente dove vivere, non dover provare l’umiliazione e lo sconforto per l’aver perso il lavoro, gioire della cultura, della natura e dell’arte. Non morire più di guerra.

E qui davvero, se si ha a cuore la libertà per tutti, non si può non pronunciare un’altra parola: egalité, eguaglianza. 

Prima di finire sul secondo cesso dietro al museo, stava nella Dichiarazione universale dei diritti umani. Nell’articolo numero 1: "Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti".

Non si parla di uguale ricchezza: non è questione di conti in banca, ma di uguaglianza in dignità e diritti. E i diritti di tutti - miliardari compresi - sono quelli che dovrebbero appartenere a ciascuno di noi in quanto esseri umani. Eh sì, per il solo fatto di essere venuti al mondo, a Oslo anzichè a Khartoum, senza averlo scelto. 

Per questo il riconoscere i diritti umani - i diritti degli umani, femmine e maschi - è fondamentale: perché stabilisce quello che deve essere comune, condiviso e disponibile per ciascuno di noi. Poi verranno le differenze. Ma la percezione di quel denominatore comune come qualche cosa di inviolabile è condizione indispensabile per costruire una società, per definirci "società". A maggior ragione per chiamarci "civili".

Invece i diritti sono stati ignorati, e quella eguaglianza di base è rimasta un sogno. Hanno prevalso, ancora una volta, la cupidigia e la voglia di rapina, il non accontentarsi mai di accumulare danaro e ricchezze, sempre più indifferenti agli altri, pronti a tutto pur di fare un buon affare, ignorando i diritti di tutti. Pronti a creare nuovi schiavi, bambini chiusi a chiave in fabbriche uscite dalla penna di Engels e oggi chiamate industrie modello, pronti a distruggere l’habitat di tutti, pronti ad annientarne gli abitanti. Capaci di tutto per il danaro, sempre, comunque, dovunque. Liberi, appunto.

Senza quel secondo cesso, il primo non ha senso, la libertà diventa sopraffazione, violenza, sfruttamento, odio. La libertà del più forte di sconfiggere il più debole. Una vera giungla, che è qui, in mezzo e attorno a noi.

La libertà ha bisogno dell’eguaglianza per essere un valore, e entrambe perderebbero senso se non ci fosse il terzo cesso, quello della fraternité. Fratellanza può sembrare un termine esagerato, e forse lo è. Basterebbe avere solidarietà, capire che molto abbiamo da guadagnare - tutti - da un mondo libero e di eguali (non di egualmente ricchi) e che per questo dobbiamo dare qualcosa, dobbiamo fare la nostra parte. Basterebbe capire che l’attenzione agli altri - specie a chi tra di noi per un momento o per la vita si trova in difficoltà e ne soffre - rende più bello il mondo e noi tutti più felici.

Sogni, utopie. O forse progetti da disegnare, e nei quali impegnarci. Si potrebbe cominciare, per esempio, col cercare di abolire la guerra, che è causa della più grande delle diseguaglianze, quella tra chi muore e chi resta vivo. La guerra che uccide ogni volta un pezzo della fratellanza, che nega libertà.

Viva la libertà urla qualcuno, guerra per la libertà, gli fanno eco i giullari. Quella è la loro libertà, la morte e la schiavitù altrui. Libertà è una brutta parola, se resta sola, inevitabilmente perde valore, e finisce in soffitta, o sul tetto di un cesso. 

Liberi, ma anche eguali e solidali. Cioè liberi tutti.

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