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Buon natale!

di Leonardo Manera su Smemoranda 2007 - Be free to...

Apparentemente quello di Natale è uno dei giorni più liberi dell’anno: non si lavora, non si va a scuola, si può cazzeggiare. Apparentemente. In realtà quello di Natale è uno dei giorni meno liberi dell’anno, soprattutto se vivi con i tuoi genitori, e soprattutto se quel giorno a casa tua arrivano in massa tutti i parenti. Quando condividevo ancora il tetto con mamma e papà (più o meno fino al compimento dei miei vent’anni) per me il giorno di Natale prendeva il via già dal dieci dicembre, quando mia madre cominciava a cucinare, poi, verso il quindici, cominciava a pulire la casa per renderla splendente e inattaccabile anche dai più temibili nemici dell’igiene, mentre già dal dieci ottobre aveva cominciato a essere ansiosa. E, a causa di questa ansia da prestazione da moschettiera del pulito, cominciava a privarci di una serie di libertà, quali, per esempio, quella di usare normalmente il bagno, in modo che, all’arrivo dei parenti, potesse essere splendente e pari al nuovo. Anche solo per fare la doccia bisognava avere il permesso scritto di mia madre, e quando si apriva il rubinetto non usciva subito l’acqua, prima partiva una voce che diceva: "Pensaci bene, è proprio necessario?". Per pulire il water mia madre usava litri di anitra WC, poi, per impedirci di usarlo, inseriva un’anatra vera nella tazza. E per noi erano dolori e privazioni, anche o soprattutto intestinali. Poi arrivava Natale: grandi abbracci, strette di mano. Mia madre mostrava a tutti il bagno come se fosse un’opera d’arte, tutti stavano lì a guardarlo come se fossero al Louvre; noi lo guardavamo con struggente nostalgia. Poi arrivavano le altre privazioni, o mancanze di libertà. Per esempio, all’arrivo dei parenti non potevamo essere liberi di salutare solo i parenti più simpatici o quelli che portavano i regali migliori... No: dovevamo essere gentili con tutti, anche con mia zia, che anno dopo anno mi aveva regalato solo sciarpe cento per cento poliestere morbide come la cartavetrata. Quando le usavo sul mio collo comparivano una serie di puntini rossi, unendo quei puntini con una matita usciva la scritta: "Zia, vaffanculo!". Verso le tredici si cominciava a pranzare, e tutti erano obbligati a mangiare tutto, perché rifiutando un qual si voglia cibo ti saresti inimicato per sempre il latore/latrice della pietanza. Di solito i pranzi natalizi consistevano di: quattordici antipasti, quindici primi, ventisette secondi, frutta, dolce, panettone, pandoro, cassate siciliane (ho dei parenti di Agrigento), panforte (ho dei parenti di Siena), seadas (ho dei parenti sardi), idraulico liquido, caffè. E il mio stomaco non era libero di rifiutare nulla, ma doveva soffrire, in silenzio, in compagnia del colon. Poi, finito il pranzo, verso le ventitré, ventitré e trenta, si aprivano i regali. E non si poteva essere liberi di dire: "Questo mi piace, quello è una ciofeca!". No, bisognava manifestare gioia e apprezzamento anche per il ciarpame più orrendo. Ma un anno, forse l’ultimo di questi riti collettivi, provai a reagire. Mia zia mi aveva regalato la solita sciarpa irritante per il mio collo e la mia anima, e io, in un sussulto di orgoglio, le gridai: "Zia, il tuo regalo mi fa schifo. Di sciarpe così ne ho già una decina e le uso solo quando devo collaudare un paio di forbici nuove! Sei una taccagna!". Mi ero liberato di un peso che mi assillava da anni. Mi sentivo come gli abitanti di Berlino Est alla caduta del muro (1989, così, per dare a queste pagine anche una valenza culturale e storica). Non ricordo quello che disse mia zia, però ricordo quello che successe intorno a me: su alcuni regali comparve la scritta: "È già il terzo anno che giro", il panettone capì la situazione, si incartò e andò via da solo, poco alla volta tutti se ne andarono e anch’io restai lì, da solo. Ma era il momento di chiarire tutto. Telefonai alla mia ragazza, con la quale avevo dei problemi, e le chiesi: "Tu pensi di stare con me solo perché ti faccio ridere?", lei mi disse: "No, tu mi fai ridere solo perché pensi di stare con me". Poi non ci sentimmo più. Ma, finalmente, ero libero, dalle sciarpe di mia zia e dai dubbi della mia lei. Con un po’ di amarezza, ma libero. Meglio o peggio di prima? MAH!

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