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La fattoria degli animali

di Marina Terragni su Smemoranda 2007 - Be free to...

"Cos’ha, codesta, ora?" fa il tacchino, sbattendo i bargigli. Un piano così bellino che sta andando in fumo. "Ci ha il panico", dice il coniglio, ciancicando una carota. "Lei e quell’altro, il cavallo. I più grossi di tutti. Me la sentivo". Nell’angolo destro della stalla, la mucca singhiozza, in quel modo strano che hanno le mucche di singhiozzare, un tremolio ritmato delle orecchie. "Lola! Lolita, tesoro!" la rincuora la maiala. "Bambina! Ti ho vista nascere... E chi dimentica più? Le doglie alla Gilda le presero verso le tre...". "Oh via!", si scarruffa il tacchino. "La tu’ mamma e la tu’ nonna! Ancora un poco e albeggia. O si va subito, o mai più". Oltre il recinto, i campi rischiarati dalla luna e il profilo netto del borgo.
"E allora, figlioli? Che si fa?": la coniglia coi coniglini saltella tra le gambe secche della Lola. La mucca gira il muso: "Siete piccini, voi. Un buco dove mettervi c’è sempre. Per me è diverso. Via di qui, dove me ne andrei?". "Sotto il tetto di stelle!", canta il pollastro,"ed erba da brucare in quantità". "In quantità!", strilla la maiala. "Sotto le stelle", squacquera l’oca.
Dal suo nido sulla capriata, il rondone sonnacchioso si gode l’assemblea. "È qui che sono nata", dice la mucca. "È questo che vedo, da quando ho aperto gli occhi: paglia e ancora paglia, e un po’ di cielo. E voialtri, amici miei...". "Gesù, che lagna!" bofonchia il tacchino. "Paaglia, paaglia...", le fa il verso. "Sicché vuoi veder paglia fino alla fine? Perché noi, stanne certa, qui fra poco non ci vedi più". "Ci ho rimesso gli incisivi, ad aver fatto quel buco nel recinto" sbotta il coniglio, sputacchiando carota. "E bello grande, poi, perché ci passassi anche tu, e quel ronzino dell’amico tuo. Dov’è, a proposito, l’imbecille?".
"Più son grossi e più son codardi", ridacchia il rondone dall’alto. "Zitto tu!" fa la maiala, "mica tutti hanno ali come te". "Ce ne vorrebbero due o trecento paia", la stuzzica il rondone, "per far volare te". "Sconcio!". "Grassona!". "Ora basta!", si infuria il tacchino. "Vedete Venere che brilla laggiù? L’alba è vicina. E dunque, si va?".
Tutti si voltano a guardare la Lola, il suo sedere scodinzolante e mesto. "Lola, che dici?". Da una pieve si sente scampanare. Si fa vivo anche il gatto a stiracchiarsi sulla soglia. "Non sbagliate", dice la Lola, "a dire che più si è grossi, e meno si è liberi. Vedete un po’ l’uomo, il padrone. Sempre a lamentarsi della padrona, ma di lì non si muove. Senza di lei è perduto". "E il figliolo poi", interviene il gatto: "avrebbe gambe buone a saltare i fossi per il lungo. E invece è sempre chiuso in stanza a giocare... come la chiamano?". "Play station", fa il dotto coniglio, lisciandosi un orecchio. "E come farebbero ad andare e fare? Non son lumache", ridice il gatto. "La casa mica l’hanno sulla schiena. E la cascina. E tutte le cose che ci sono dentro. E la casa del mare". "E i soldi", elenca l’oca, "i gioielli, quei bei mobili". "Le pellicce", si disgusta il coniglio. "E la fidanzata del padrone", aggiunge il pollo, "e la sua di casa, e le sue di pellicce. E quel bischero di cagnetto infiocchettato".
All’orizzonte ormai rosseggia. "Tu canta", dice il coniglio minaccioso al gallo, "e io ti tiro il collo". La Lola rumina un po’ di paglia: "Per esser liberi bisogna essere liberi. Avere un sacco di spazio dentro, mica fuori. E io non ne ho". "Ma come, se hai quattro stomaci", bercia il rondone. "Io allora, che ne ho uno solo, e piccino?". "Per essere liberi", dice ancora la Lola, "non bastano due ali, e nemmeno tutto il cielo. Ci vuole uno spirito". "Oddio, io non ce l’ho", si preoccupa il pollo. "Neanche il padrone e la padrona, se è per quello", fa la Lola. "L’avevano, ma la troppa roba l’ha soffocato". "L’è ben delicato, codesto spirito", borbotta il tacchino. "Ma basta fargli un po’ di spazio", gli risponde la Lola, "e diventa più forte di tutto".
"Oh filosofa, tu non ci avrai lo spirito", si scoccia il coniglio, "ma di certo ci hai un bel po’ di fumo nel cervello. Io vado, compagni. Chi vuole mi segua". Si fa sotto l’oca: "Vengo con te!". "Casomai ci si vede" dice il tacchino. "Domani all’alba, al boschetto dei gelsi. Qui si parla ancora un po’". "Come ti piace, mon ami! Addio, figlioli. À la prochaine!", grida il coniglio. E scompare saltellando festoso nel mais, con l’ombra grassa dell’oca che gli arranca dietro.

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