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La mia vendetta

di Severino Salvemini su Smemoranda 2001 - La seconda volta

Io non vorrei partire male, con questastoria, nel senso che pensaste che mi ricordo i torti subiti di tutta lavita. No, io certe offese, anche gravi le ho dimenticate, perchéso, che non vale la pena di serbare a lungo un rancore, in quanto si finisceper avere il fegato ingrossato.
Ma alcuni eventi sono come ferite che non si rimarginano più.
Io quegli sputi in faccia, con tutti i compagni di scuola che ridevano sottecchi,che mi tirò Claudio Regis, quando entrambi frequentavamo la scuolaelementare Pietro Micca di Biella, non li ho piùdimenticati. Sipuò dire che quella saliva mi E' colata piano piano sul volto pertutti questi anni.
Quanto tempo E' passato? I conti sono presto fatti: era la metà deglianni cinquanta e avevamo meno di dieci anni. La nostra scuola occupava ungrande e austero edificio e uno scalone enorme portava verso il portoned'uscita. io ero sullo scalino inferiore e lui su quello superiore, comel'agnello e il lupo. Io ero solo, lui scendeva circondato dai compagni.Al centro, perché era un leader. La relazione tra me e Regis nonera delle migliori: io per lui rappresentavo il bambino borghese, tiratosu senza conflitti e tensioni, molto distante dall'ambiente che invece eglisi trovava ad affrontare con i suoi innumerevoli fratelli. A un certo momento,senza che ne capissi la ragione, la sua saliva mi colpì negli occhie sul naso. Gli altri ridevano divertiti per quella sua stupida bravata.
Che fare? In un attimo il pensiero andò a mio padre che, grosso allorapiùdi un quintale e con muscoli che testimoniavano un successo sportivoadolescenziale, non voleva capacitarsi che suo figlio fosse venuto su cosìmagrolino e anche un poco timido. Lui aveva sempre cercato di inculcarmiil valore di non farsi mai mettere sotto ma Regis era piùforte dime. E inoltre aveva la cattiveria e la tenacia combattiva del monello distrada, mentre io non ero avvezzo a risse e a botte nel cortile. Inoltre,era spalleggiato dai suoi amici, e anche dai miei, che, in quella occasione,avevano deciso di osservare con innocente neutralità. Mi trassi daparte, lasciandoli scendere, mi appoggiai al muro, e per la rabbia impotentepiansi per tutto il tragitto verso casa. Durante il pranzo raccontai infamiglia cosa era capitato e, nel vedere il viso di mio padre che abbozzavaun cenno di sconfitta sebbene non dicesse nulla, giurai in quel momentoche mai avrei dimenticato l'atroce offesa e che presto o tardi gliela avreifatta pagare.
Bene, E' passata una vita; passata anche con l'attesa di vendicarmi di quell'evento.Tutte le volte che ritorno a Biella e che ripasso davanti alla casa doveabitava Regis, rallento con l'auto per sbirciare nell'androne se si vedetraccia della sua esistenza. Come un animale in agguato, attendendo l'occasioneper ritornargli quello scherno, magari con tutti gli interessi maturatiin questi quarant'anni. Uno sputo in faccia, con rigorosa colata di salivasul paltò.
Erano anni che non tornavo così a lungo nella mia città. Miopadre era stato male e in ospedale i medici mi avevano detto che la convalescenzapoteva durare molto a lungo, se egli avesse superato il momento drammaticodel pericolo di vita. Lasciai i corridoi bui e scrostati dell'ospedale ecominciai a camminare per via Repubblica, e poi via Gramsci ed ecco la vecchiascuola Pietro Micca e il famoso scalone con i fantasmi di allora. E qualchepasso piùavanti, un signore che cammina trasognato, grassoccio,barbuto e con i capelli pepe e sale. Accigliato lo guardai meglio e imperiosamentelo fermai. “Regis, sei tu?” “Sì, ma lei chi E'?”.
Feci un cenno affermativo con la testa, poi un passo avanti e lo abbracciai.Ora non ricordo piùbene, ma forse anche lo baciai.

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