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La professionalità

di Davide Ferrario su Smemoranda 2000 - Quello sporco ultimo mito

La sbandierano dovunque come la categoria chiave della modernità. I manager che cambiano bandiera a seconda della migliore offerta, i calciatori che una domenica giocano con l'Inter e il mercoledì con il Milan, quelli che vanno in televisione a fare gli scemi sapendolo (ce n'è anche che sono scemi e basta, e sono quasi piùsimpatici). Perfino i soldati, che ormai non servono piùla patria, ma vanno a “svolgere un lavoro”. Professionisti. La maledizione del ventesimo secolo. Ho cominciato a rifletterci il giorno che mi sono trovato a frequentare i set porno (perché ve lo spiego magari un'altra volta), vedendo questi maschi con il loro affare sempre in mano, pronti a erigersi e a tutto il resto a comando del regista. Sorprendenti, davvero. Se gli chiedi come e perché lo fanno, tutti ti danno la stessa risposta: “Il sesso non c'entra, siamo professionisti”. E allora mi è venuto in mente che nei giorni della mia adolescenza quella parola (“professionista”) veniva appunto usata per descrivere le prostitute. Parlando di qualche peripatetica particolarmente famosa, gli amici di mio padre annuivano con quell'aria di significare cose misteriose da maschi, e dicevano con ammirazione “Quella è una professionista”. Permettetemi, cari professionisti, di considerare il paragone non offensivo ma piuttosto, nella sua cruda semplicità, del tutto sincero. Il principio è semplice: ogni schifezza è giustificabile, purché ti paghino. E più ti pagano, più sei professionale. Puoi vendere tutto di te: il tempo, il culo, la coscienza. Non dico che non sia sempre stato così, in questo mondo sballato: ma una volta c'era un qualche argine morale (magari discutibile) che diceva “oltre questo limite no”. La religione del denaro e del successo ha fatto piazza pulita. Dato che ogni uomo vale per quello che possiede (mostra di possedere) o per come si vende, la professionalità è diventata un concetto astratto e autogiustificantesi. Non sento piùnessuno dire per disprezzo “Quello è un bastardo venduto”, se non negli stadi come epiteto indirizzato all'arbitro. Infatti, vogliono far diventare professionisti pure loro - secondo il ragionamento di grande modernità per cui se li si paga di più, è meno facile “comprarli” (E perché? Qual è un limite “ragionevole” di questa filosofia?). Direttamente proporzionale alla glorificazione del professionista è lo svilimento del suo opposto, l'idealista. Il modo in cui si usa il termine sottintende sempre di piùl'implicito giudizio “un povero idealista” (notare la pregnanza dell'aggettivo “povero”). Così come il volontario (che nel suo campo è un vero professionista, ma non lo fa per i soldi) è spesso percepito con il rispetto un po' patetico che si riserva alle specie in via di estinzione: una stranezza dei tempi. Di irregolari che non hanno capito come va il mondo ce n'è sempre, cosa volete. Bisogna compatirli. Buon millennio.

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