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Il colonnello Kurtz

di Giuseppe Culicchia su Smemoranda 2000 - Quello sporco ultimo mito

“saygon. Merda!” esclama Martin Sheen nei panni del capitano Willard, all'inizio di Apocalypse Now. “La Smemoranda, grazie!”, esclamai io nei panni di uno studente al primo anno delle superiori, quando ricevetti in regalo la mia prima agenda nel natale del 1979. Apocalypse Now era uscito da poche settimane in Italia e io l'avevo già visto tre volte. E il titolo della Smemoranda di quell'anno, era Apocalypse No! : mai dono fu piùazzeccato, devo dire, per quanto mi riguarda (l'avrei data via solo in cambio di una Smemo, piùpiccola e pratica: ma allora le Smemo non esistevano). “Saigon. Merda!” esclamava martin Sheen tutte le volte che rivedo - ancora oggi -Apocalipse Now. Fina da quella prima battuta, il film-capolavoro di Coppola si carica di ambiguità: l'ufficiale delle “Forze speciali” - che di lì a poco riceverà l'incarico di rintracciare il colonnello Kurtz, sconfinato in Cambogia alla testa del suo esercito privato, e di “porre fine al suo comando” - in realtà non è scontento per il fatto di trovarsi a Saigon invece che a casa, dove sa di non poter tornare a condurre un'esistenza “normale”, ma perché al contrario vorrebbe essere nella giungla, insieme a “Charlie”, il nemico Viet-Cong. Da quel momento in vanti, complice la perdita di conoscenza di Sheen a causa dei suoi eccessi alcolici, tutta la vicenda assume i contorni di un incubo o di un'allucinazione; e le dissolvenze incorciate che scandiscono i “capitoli” del film - l'attacco della Cavalleria dell'Aria del folle colonnello Kilgore/Duvall, il viaggio a ritroso verso le sorgenti del fiume Nung con l'abbandono del territorio controllato dai marines in prossimità del ponte di Do Lung, l'arrivo nel regno dei tagliatori di teste al cospetto del semidio Kurtz/Brando - non fanno altro che ribadire allo spettatore l'ambigua natura dell'opera del cineasta americano. Volutamente in bilico tra Hollywood e l'Europa, tra la spettacolarizzazione della guerra e la lucida analisi dell'orrore - con evidenti rinvii a quelle che sono le nostre radici culturali più profonde: a cominciare dalla struttura del film, costruito secondo i canoni della fiaba, e dal tema edipico del rapporto Willard/Kurtz, per tacere (ma non taccio) dell'evocazione degli infernali gironi della Commedia dantesca nel peregrinare di Willard e dell'Oltre-Uomo nietzschiano nella figura di Kurtz - Apocalypse Now riesce far convivere al suo interno anime tra loro diversissime e in apparenza assai lontano: dalla chitarra di Hendrix che distrugge l'inno americano alla voce di Brando che recitaGli uomini Vuoti di T.S. Elliot, dal Vietnam-come-Disneyland dei giovani soldati imbottiti di acidi al romanzo classico del Conrad di Cuore di Tenebra, dalle conigliette di Playboy agli studi antropologici del Ramo d'oro di Frazer, passando naturalmente per l'Apocalisse di Giovanni.Film-mito prima ancora della sua uscita - a Cannes, dove vinse la Palma d'oro - per via della sua lunghissima lavorazione (funestata, tra l'altro, da un infarto di Sheen e da un uragano che distrusse il set nelle Filippine) e dei tre diversi finali girati da Coppola, incapace di sceglierne uno e dunque di chiudere quella pellicola che con ciò si rifiutava di diventare un “prodotto finito” nelle mani del suo creatore, Apocalypse Now resta a distanza di vent'anni un esmpio unico all'interno della produzione cinematografica (e culturale) del XX secolo. Se poi avete un amico fissato con i film di guerra, fateglielo vedere, anche su cassetta.
Dopo Apocalypse, non ne vorrà più sapere. Basta e avanza per una vita intera.

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