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Zio Gino

di Guido Piccoli su Smemoranda 2000 - Quello sporco ultimo mito

“Non è che voliamo troppo bassi?”. “Non ti preoccupare”. Poi il botto. Il trimotore I-Elce, in arrivo da Lisbona, andò a schiantarsi appena sotto la basilica di Superga nascosta dalle nuvole. Allora io, centimetro piùcentimetro meno, ero poco più di un girino. Ma fino a quando non feci i miei calcoli, ho sempre creduto di averlo sentito con le mie orecchie quel botto, tetro come il destino quand'è proprio bastardo e piùforte dei tuoni che quel 4 maggio scuotevano Torino. E forse l'ho sentito davvero. Di sicuro mia madre, una bella emiliana sposata a Piero, operaio specializzato della Elli Zerboni, non si era fatta insonorizzare la pancia. Comunque dopo di allora, là dentro, fui sballottato parecchio. Dagli abbracci d'amore, che sono sempre una buona medicina per le tragedie. E dai singhiozzi, fatti in casa come i ravioli, e ripetuti durante quell'impressionante funerale, con mezzo milione di persone che lanciavano fiori sulle bare dei campioni. Mia madre non sapeva quanto fossero bravi a segnare, dribblare e parare. E comunque le importava meno di un ragù domenicale lasciato bruciare. Ma erano giovani, belli, e piùfamosi di De Gasperi e Togliatti. Chi non conosceva Loik, Bacigalupo, Maroso, Gabetto? E soprattutto capitan Mazzola, noto per quel gesto di rimboccarsi le maniche col quale azionava una devastante macchina di gol. Quel lugubre botto s'incuneò il mio dna. Poi, quando già ero un umano di mezzo metro, conobbi zio Gino, parente acquisito e gigante buono, con tre amori: La Traviata che ascoltava a occhi chiusi, quasi abbracciato alla radio, la granitica moglie Lisa, e il Toro, che si era ricostruito da zero conservando del passato glorioso piùil cuore che i piedi. A casa mia tifavano Juve, anche se era di Agnelli. Un nome che papà nominava spesso, confondendomi le idee: avevo visto gli agnelli, in campagna dai nonni, e non riuscivo a capire perché mai lui li associasse al porco, animale di gran lunga meno dolce e immacolato. Una domenica sì e una no, zio Gino arrivava, lasciava una guantiera di bigné sul tavolo e mi prendeva per andare allo stadio. In verità mi entusiasmava piùil viaggio in tram che il Filadelfia. Prima di tutto perché vedevo poco, tranne quando mi sistemava sulle sue spalle, finché quelli di dietro non bestemmiavano turco e mi rimetteva giù a studiare le cuciture dei cappotti di quelli davanti. E capivo meno, tranne che tutti, e io con loro, stavano coi rossi (il color granata era una sfumatura che non coglievo). All'epoca i rossi non erano solo quelli che prendevano a pedate un pallone, vincendo poco e soffrendo un casino. Facevano anche altre cose, alcune belle e qualcuna brutta, come usare i carri armati per mettere ordine (cosa che peraltro facevano di piùgli altri, ma senza provocare tanto casino). Ma anche quelle erano faccende che non potevo capire e che né mio padre, né zio Gino, socialisti di un socialismo da noi morto e sepolto, mi spiegavano. Dopo una decina di anni, cercando certezze, di cui avevo gran fame, trovai tre eroi. Solo Gigi Meroni era del Toro, ma non era un calciatore e basta. Era un capellone come i neonati Beatles. Amava una ragazza che passava i fucili ad aria compressa in un Lunapark. Vestiva strano e si metteva la cravatta senza il nodo. Tanto bastava per farlo considerare un ribelle. L'altro era Luigi Tenco, un tipo imbronciato che cantava il malessere della vita e del mondo così com'è. Il terzo era Che Guevara, medico ammalato d'asma e d'amore per gli altri, uno che il mondo voleva cambiarlo sul serio. Poi, prima del '68, arrivò puntuale il '67. Una mattina di febbraio mia madre mi svegliò con le lacrime agli occhi: “Si è suicidato Tenco”. A ottobre mi svegliò per andare a scuola, un'altra volta con la faccia contrita: “La radio dice che hanno ucciso quello lì con la barba del manifesto”. La domenica successiva Fidel Castro confermò che era proprio il Che. Era il 15 ottobre. Quella sera a letto, appena spenta la luce, mi consolai col Toro che aveva battuto la Sampdoria, e forse sognai Gigi Meroni che folleggiava sull'erba coi calzettoni abbassati. Ignorando che, piùo meno a quell'ora, veniva falciato da una macchina, mentre attraversava corso Re Umberto. Ovviamente me lo disse al risveglio mia madre con gli occhi lucidi. Per un po' soffrii d'insonnia per paura di altri risvegli luttuosi. Poi venne il '68 e gli altri anni, tanti. Col tempo capii che i miti esigono sacrifici di giovani, perché gli altri si commuovano, piangano, ricordino e imparino a osare di piùin quest'avventura passeggera della vita. Cantando, amando e tentando di fare un mondo un po' meno di merda. E giocando, come dovrebbero sempre giocare quelli del Toro.

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